sabato, Agosto 24, 2019
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Violenza di genere. Dopo il 25 arriva il 26

N39_ violenza di genereGianna Urizio/NevIn questi giorni i media, dai giornali alla televisione, dalle prime pagine dei giornali ai numerosi inserti, dagli speciali radio agli spot, hanno dedicato molto spazio al tema della violenza sulle donne. Il tema è stato variamente sviscerato, si sono aggiunte anche numerose voci di uomini. A tutta questa eccezionale esposizione mediatica si sono aggiunti poi i manifesti per le strade e le centinaia di iniziative e dibattiti in molte città d’Italia. Emblematica e da non dimenticare per il suo valore, l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana all’avvocatessa Lucia Annibali, la donna fatta sfregiare con l’acido lo scorso aprile dall’ex fidanzato, “per il coraggio – è scritto nella nota del colle – la determinazione, la dignità con cui ha reagito alle gravi conseguenze fisiche dell’ignobile aggressione subita”. Nella stessa occasione il presidente Napolitano ha assegnato la sua Targa di rappresentanza alla campagna “NoiNo.org”, organizzata da una rete di uomini per sensibilizzare proprio gli uomini sulla necessità di isolare, condannare e rigettare ogni forma di violenza maschile sulle donne.

Una vera e propria valanga. A tutti i livelli. Per chi da più di quindici anni lavora quotidianamente per accogliere le donne che subiscono violenza è un momento di grande soddisfazione. Finalmente!

Ma le valanghe mediatiche finiscono e dopo il 25 viene il 26. Ed è da allora che si deve cominciare a lavorare. L’esperienza sussurra che se si vuole veramente invertire i fenomeni che hanno una profonda radice culturale – come è il caso della violenza di genere – c’è bisogno di un lungo ed intenso lavoro culturale che colga alla radice i nessi e le cause della violenza.

Infatti nel preambolo della Convenzione di Istanbul (accolta e sottoscritta dal Parlamento italiano con la legge n. 77 del 27 giugno 2013) è scritto: “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. Allora si tratta di intraprendere tutti e tutte un percorso di revisione profonda della relazione uomo-donna a cominciare dall’educazione, dai libri di testo, dalla vita ed organizzazione familiare, per non parlare del mondo del lavoro, delle relazioni sociali, senza dimenticare, e non ultime, anche le relazioni uomo e donna nelle chiese. Molto è stato fatto, soprattutto nelle chiese evangeliche in questo senso, ma spesso sfugge il riconoscimento di un punto di vista femminile accanto a quello maschile. Uguali. E non è solo una questione di visibilità, ma anche di riconoscimento che il punto di vista femminile non si aggiunge a un universale necessario e normativo, quello dell’uomo, ma si affianca a uno sguardo maschile, parziale quanto e come quello femminile. Per molte chiese poi sarebbe proprio una rivoluzione, non solo nelle relazioni, ma nella teologia fondativa e nelle norme che ne regolano la vita.

Il 25 novembre è ieri. Vediamo come riusciremo a mantenere alta e viva questa attenzione per cambiare alla radice le cause della violenza che, come dice ancora la Convenzione di Istanbul, “è strutturale, in quanto basata sul genere” sottolineando che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette ad una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Ciascuna e ciascuno, nel proprio ambito può lavorare per modificare questa realtà e allora il prossimo anno potremo fare il bilancio del cammino percorso.