domenica, Settembre 27, 2020
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Una riflessione sulla recente visita del papa al tempio della chiesa valdese

N23-Nev-Papa dai valdesiRoberto Iannò – A distanza di alcuni mesi dalla recente visita del papa al tempio valdese, ho riflettuto sul significato che questo ha avuto, o poteva avere, per il protestantesimo italiano e i suoi rapporti con il cattolicesimo.

Da una parte, condivido l’apprezzamento che il mondo cattolico e protestante ha espresso riguardo alla richiesta di perdono del papa verso il popolo valdese: le scuse vanno sempre accolte, soprattutto se fatte invocando il perdono di Dio. E se in quell’incontro si fosse parlato soltanto di scuse e richiesta di perdono, terminando con una preghiera comune, non avrei avuto altro da dire.

Ma, questo fatto, così eccezionale e mediaticamente rilevante, è stato intessuto in un quadro teologico ed ecclesiologico di riferimento che ha visto protestantesimo e cattolicesimo dialogare su temi di più ampia portata e che minano, di fatto, la ragion d’essere del protestantesimo.

Sì, perché il papa parla con il linguaggio proprio degli ambienti ecumenici – e come potrebbe fare altrimenti – così caro al protestantesimo storico italiano. Un concetto di ecumenismo basato su alcuni postulati, due fra i tanti quello della “molteplicità dei doni e dei ministeri” e quello delle “diversità riconciliata”. E questa concordanza di veduta è stata messa in risalto proprio nel benvenuto offerto dal moderatore della Tavola Valdese, past. Eugenio Bernardini: “Abbiamo letto nella sua ‘Esortazione apostolica’ Evangelii gaudium due affermazioni sul modo di intendere e vivere l’ecumenismo che siamo lieti di poter condividere”.

Una delle frasi salienti del papa è la seguente: “L’unità che è frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro. Ciò è ben chiaro nel Nuovo Testamento, dove, pur essendo chiamati fratelli tutti coloro che condividevano la stessa fede in Gesù Cristo, si intuisce che non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna. Addirittura, all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi (cfr 1 Cor 12-14) e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti (cfr At 15,36-40). Purtroppo, è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro”.

Credo che come avventista non possa concordare con questa visione perché ne va di mezzo la stessa natura del protestantesimo. Il papa cerca di giustificare – normalizzare – la diversità. E se questo avviene, perde di pregnanza la stessa ragione d’essere del protestantesimo. Riferirsi alle diversità della chiesa primitiva per giustificare – e legittimare – le diversità di vedute tra cattolicesimo e protestantesimo è, a mio avviso, spingersi troppo in là.

Ma non lo è per i miei fratelli valdesi che, al loro Sinodo del 1998, parlando dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, hanno sostenuto la medesima tesi: “È noto che il cristianesimo è apparso, nel secolo apostolico, sul palcoscenico della storia non in un’unica forma di chiesa uguale dappertutto, ma in una pluralità di forme di chiesa, che costituisce uno dei tratti salienti e originali del fenomeno. La diversità non è dunque un dato tardivo, che in un secondo momento è venuto a incrinare o scomporre un ipotetico quadro uniforme delle origini, ma, al contrario, è un dato presente fin dai primi giorni, che ha caratterizzato come costitutivamente pluriforme l’unità cristiana. Unità della chiesa e diversità delle sue forme istituzionali sono dunque contemporanee come caratteristiche della chiesa cristiana (notae ecclesiae). Come lo Spirito Santo è unico ma dà luogo a una ‘varietà di doni’ (1 Corinzi 12,4), così la Chiesa di Gesù Cristo è una e pluriforme, non uniforme. La diversità non è una semplice e (forse) scomoda appendice dell’unità o un suo corollario, ma è ciò che la costituisce e caratterizza. Tanto che è stato detto, con ragione, che l’unità cristiana non è solo un’unità nella diversità ma tramite la diversità. (…) Perciò nella futura comunione ecumenica occorrerà che le diverse chiese e confessioni siano presenti nella loro robusta individualità storica e spirituale, liberata da settarismi, parzialità e travisamenti”.

E. Bernardini la riassume così nel suo discorso di benvenuto: “Crediamo anche noi che l’unità cristiana possa e debba essere concepita proprio così: come ‘diversità riconciliata’, in cui occorre sottolineare sia la parola ‘diversità’, sia l’esigenza che sia ‘riconciliata’”. Ma come si fa a riconciliare una diversità basata su differenze teologiche, che ai tempi della nascita della Riforma furono piuttosto definite eresie? Come si fa a fare la “quadratura del cerchio”?

Inoltre, il papa individua due possibili ambiti di collaborazione: uno è quello del servizio – condivisibile anche da noi avventisti – e l’altro è quello dell’evangelizzazione – ovviamente questo non condivisibile. Afferma il papa: “Un ambito nel quale si aprono ampie possibilità di collaborazione tra valdesi e cattolici è quello dell’evangelizzazione… per trasmettere loro il cuore del Vangelo ossia ‘la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto’”. Ma un Vangelo testimoniato in comune, grazie a una riduzione ai minimi termini della Parola di Dio, non è più Vangelo. Non si può testimoniare dell’Evangelo avendo alla base così profonde differenze teologiche, soteriologiche ed ecclesiologiche. È questo relativismo dottrinale che può portare il papa a dire: “Uno dei principali frutti che il movimento ecumenico ha già permesso di raccogliere in questi anni è la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati nel suo nome”. “Battezzati nel suo nome”? Ma noi non riconosciamo il pedobattesimo cattolico… non possiamo quindi riconoscerci fratelli “in nome” di questo simbolo… lo possiamo fare per altri motivi, ma non per un battesimo che, di fatto, non lo è. Invece per i valdesi lo può essere perché essi affermano, sempre al Sinodo del 1998: “Il fatto del battesimo e il suo significato biblico essenziale (appartenenza a Cristo, nel contesto del Patto di Dio con il suo popolo e della confessione della fede) sono comuni a tutti i cristiani e costituiscono tra loro un importante vincolo di unità”.

Il papa conclude relativizzando le differenze dottrinali a vantaggio della fratellanza: “Un nuovo modo di essere gli uni con gli altri: guardando prima di tutto la grandezza della nostra fede comune e della nostra vita in Cristo e nello Spirito Santo, e, soltanto dopo, le divergenze che ancora sussistono”. Certo, è vero, devo vedere il “fratello” prima ancora che il “cattolico”. Ma nel suo discorso nulla è detto di quanto la chiesa cattolica vorrà fare per appianare la distanza con il protestantesimo. Perché, ricordiamocelo pure, il protestantesimo non si è staccato dalla chiesa cattolica per un litigio avvenuto sulla base di pregiudizi: per questo basterebbero, appunto, azioni di mediazione e riconciliazione volti a una fraterna riappacificazione. Il distacco è avvenuto su basi dottrinali, che sussistono tutt’ora, e se queste non vengono affrontate, allora stiamo mistificando le ragioni del protestantesimo e della nostra stessa ragione d’essere.

A fronte di tutto ciò, qual è la risposta valdese? E. Bernardini fa appello alla necessità di affrontare alcune questioni teologiche aperte. Quali? Ad esempio, che la chiesa cattolica riconosca le chiese protestanti come delle “chiese” a tutti gli effetti e non semplicemente delle “comunità ecclesiali”. Mi domando io: tutto qui? Questo è il bisogno dottrinale del protestantesimo storico? Essere riconosciuti come chiesa? Non credo che Lutero sentisse questo bisogno, né noi avventisti quando siamo nati.

Il protestantesimo storico aveva un’opportunità. E se l’è lasciata sfuggire. Terminando il suo saluto al papa, e riprendendo un discorso che il papa stesso ha tenuto quest’anno in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dove ha affermato che “L’unità dei cristiani non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni… (bisogno di) incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti”, E. Bernardini aggiunge: “Condividiamo queste sue parole. Secoli di confronto e dibattito non hanno appianato, purtroppo, divergenze teologiche che in larga misura hanno resistito nel tempo… (la nostra missione è) il vero mandato ecumenico, caro fratello Francesco: quello che ci chiama all’unità anche e soprattutto nell’annuncio della Parola ‘perché il mondo creda’”.

Questo è anche quello che è successo al tempio valdese. E a mio parere, un’occasione perduta per riaffermare una missione che il protestantesimo, e l’avventismo, potrebbe e dovrebbe avere, in questo nostro paese.

Sulla visita del papa al tempio valdese, leggi pure l’articolo: http://news.avventisti.it/la-visita-del-papa-nella-chiesa-valdese/

(Roberto Iannò è pastore e direttore del dipartimento Educazione dell’UICCA)

(Foto: NEV)