mercoledì, Settembre 30, 2020
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Speranza, retaggio di un altro mondo

Alina Kartman – La speranza può essere allo stesso tempo tangibile e sfuggente, ragionevole e indipendente dalla logica. Eppure, questa indipendenza non è sinonimo di indifferenza alla ragione, bensì di vittoria su di essa. La speranza ha una sua logica; una logica che cambia la vita in meglio.

All’inizio, la ricerca psicologica ipotizzava che la resilienza (persistenza psicologica attraverso le avversità della vita) fosse “un’abilità notevole”, una caratteristica che solo pochi privilegiati possiedono. Ai nostri tempi, invece, le psicopedagogiste Malka Margalit e Orly Idan hanno notato come la comunità scientifica abbia cambiato prospettiva e abbia avanzato l’idea che la resilienza derivi dalla “magia quotidiana” delle risorse umane ordinarie e normali. Interessante è anche la definizione di questa resilienza: significa ottenere risultati positivi e inaspettati, più precisamente ottenere un comportamento funzionale, nonostante i rischi di fallimento. E se questa definizione può sembrare poco chiara quando viene privata del contesto della sua evoluzione, è provato che i ricercatori non considerano più la resilienza delle persone di fronte alle vicissitudini come una caratteristica (che si può avere o meno), ma come il risultato dello sviluppo dell’individuo di fronte a circostanze rischiose o impegnative, che serve da lezione (cioè è normativa) per l’esperienza successiva.

Per un cristiano abituato a considerare la speranza come uno dei tre pilastri della sana spiritualità di cui parla l’apostolo Paolo, “fede, speranza e amore”, è molto utile ampliare la sua comprensione con ciò che gli psicologi hanno scoperto.

La speranza è qualcosa che possiamo imparare
Lo studio formale sulla speranza è legato al nome di Charles R. Snyder, psicologo americano e pioniere della psicologia positiva, noto a livello internazionale per le sue ricerche sui punti di incontro tra la psicologia clinica, quella sociale e della personalità. Snyder ha definito la speranza come “un modello di pensiero apprenditivo”, un insieme di credenze e pensieri che gestiscono due modi relativamente distinti di rapportarsi al nostro obiettivo: il pensiero “agente” (che si riferisce alla nostra determinazione a raggiungere l’obiettivo) e il pensiero “orientato al percorso” (che si concentra sulle nostre capacità di raggiungere obiettivi diversi). Il pensiero agente si traduce in: “Posso raggiungere i miei obiettivi”. Quello orientato al percorso dice: “Posso pensare a molti modi per ottenere ciò che voglio”.

Snyder, come i suoi colleghi (Lopez, Shorey), ha affermato l’esistenza di una relazione reciproca tra il possedere un pensiero fiducioso e l’avere successo in svariati ambiti: la speranza aiuta a raggiungere gli obiettivi e il raggiungimento stesso degli obiettivi rafforza la speranza. Ma Snyder ha compiuto un passo importante nella sua ricerca: voleva fare una radiografia quantitativa e, a tal fine, ha scoperto tre componenti insiti nella speranza. La prima è quella di fissarsi alcuni obiettivi. Questo primo principio contraddice scientificamente il falso detto secondo cui “il segreto di una vita felice è non avere aspettative”. Se una persona senza speranza può essere felice, allora questo detto risulterebbe vero, ma se per avere la felicità abbiamo bisogno di speranza, quest’ultima implica per definizione nutrire delle aspettative, puntare a qualcosa. La seconda componente della speranza è l’identificazione di percorsi efficaci per raggiungere gli obiettivi desiderati, per realizzare le nostre aspettative. Infine, la terza componente della speranza è trovare la motivazione per intraprendere le strade che abbiamo individuato nel percorso verso i nostri obiettivi.

A volte la speranza ha una reputazione negativa che la associa piuttosto all’illusione. Questo perché comporta una dose di rischio, un investimento emotivo in un proposito e altre variabili che richiedono controllo, e sono talvolta soggette a leggi operative che sfuggono alla nostra gestione. Ma la speranza, per come la vede la scienza, è una struttura affascinante in termini di vulnerabilità a cui è esposta la persona fiduciosa.

La speranza è una struttura molto complessa: può essere personale e interpersonale (cioè può richiedere l’intervento di altri); può avere diversi contesti sociali e scaturire anche da un fallimento, purché assimilato in modo costruttivo come una lezione.

Una speranza maggiore è associata ad alte prestazioni accademiche e atletiche, a un migliore benessere fisico e psicologico, e a migliori relazioni interpersonali. Le persone che hanno un alto livello di speranza non si bloccano di fronte agli ostacoli che incontrano nel raggiungere i loro obiettivi, ma li vedono come sfide da superare e mettono in atto un pensiero orientato alla soluzione per trovare percorsi alternativi al fine di raggiungere la destinazione desiderata.

La speranza ha una componente genetica ma è anche influenzata da fattori ambientali. Per esempio, uno studio relativamente recente ha dimostrato che molti sopravvissuti alla Shoah hanno subito mutamenti permanenti e dannosi alla struttura cerebrale, visibili attraverso le risonanze magnetiche, che potrebbero essere spiegati dal trauma vissuto durante la detenzione e le torture. Ivan Rektor, il neurologo ceco coordinatore della ricerca, afferma che le regioni cerebrali colpite sono responsabili della risposta allo stress, della memoria, della motivazione, delle emozioni, dell’apprendimento e del comportamento. Ma altrettanto interessante è che simili cambiamenti sono stati riscontrati anche nei figli e nei nipoti dei sopravvissuti, segno che gli effetti del trauma sono transgenerazionali, un’idea nuova per i ricercatori scientifici, ma antica per chi studia la Bibbia.

È vero che gli psicologi sono addirittura riusciti a proporre una scala per misurare la speranza, contribuendo così alla sua oggettivazione scientifica. Ma anche gli sforzi più accreditati fino ad oggi – come la scala di Snyder – sono esposti a vulnerabilità metodologiche, che gli esperti riconoscono. Per quanto si sia cercato finora di disegnare la mappa delle sue ramificazioni, la speranza ha ancora delle radici sconosciute, che mantengono un’aura misteriosa e, addirittura, mistica.

L’incognita che avvolge la speranza, e vela nel mistero il modo esatto in cui essa riesce a sollevarci quando in apparenza non abbiamo risorse, è ciò che rende la nostra vita quotidiana più conoscibile e più facile da portare avanti.

Nel conflitto tra le due grandi ideologie esistenziali, l’evoluzionismo e il teismo, la presenza di qualcosa simile alla speranza è una potente difesa dell’esistenza di un Dio. Perché? Perché, da un punto di vista evoluzionistico, la speranza non dovrebbe esistere. Anche se molti evoluzionisti la vedono come un’usanza ancestrale, uno scrupolo di individui poco istruiti, la speranza è ancora strettamente una prerogativa delle persone. Solo loro possono alimentarla perché sono le uniche a beneficiare, nella loro vita, dei servizi di un aggiornamento evolutivo: la ragione. Ma se l’uomo è al vertice della piramide evolutiva, come il più avanzato degli animali, com’è possibile che un essere con così tanti punti di forza rispetto ai suoi antenati meno evoluti abbia questo imbarazzante difetto chiamato “fede in qualcosa che è migliore”? Se la speranza fosse un’illusione, come potrebbe l’umanità arrivare ad alimentarla? Un evoluzionista potrebbe rispondere che la speranza è un’abilità sviluppata nel processo evolutivo di adattamento perché è utile all’uomo, dal momento che la scienza è piena di esempi dell’utilità della speranza per la nostra vita quotidiana, anche per la sopravvivenza. Se è così, però, gli evoluzionisti dovrebbero essere i primi apologeti della speranza nel mondo, non i grandi apostoli del nichilismo autodistruttivo, come oggi appaiono.

Può essere appresa dagli altri
Tuttavia, gli psicologi evoluzionisti devono affrontare dissonanze ancora maggiori all’interno del loro campo. Cecilia Heyes, docente di psicologia evolutiva a Oxford, ha affermato che l’immagine sulla mente umana costruita e presentata da alcuni psicologi evoluzionisti non è supportata dai risultati della ricerca sul campo. Heyes si è riferita alla descrizione della mente come a un insieme di istinti cognitivi che si sono evoluti nel tempo, e ciò contraddice i risultati di studi secondo cui le persone hanno effettivamente “gadget cognitivi” costruiti durante lo sviluppo individuale nell’interazione con altre persone.

Non solo i modelli di pensiero, ma anche le emozioni possono sollevare domande altrettanto impegnative. Un esempio eloquente è la gratitudine, i cui effetti terapeutici e curativi non possono essere sopravvalutati dagli scienziati, che è estremamente benefica anche per i più sani. Ad esempio, uno studio molto recente sui giovani tossicodipendenti ha documentato come coloro i quali mostravano un atteggiamento di gratitudine per ciò che possedevano erano anche gli stessi ad avere maggiori possibilità di guarigione.

Speranza e gratitudine sembrano essere entrambe retaggio di un altro mondo, costruito su coordinate del tutto estranee a quelle di un’evoluzione incentrata sul conflitto, la sconfitta del debole, la morte. Allo stesso modo, l’amore e la fede, così estranei all’utilitarismo evolutivo, paiono alludere a un altro mondo. Un mondo luminoso in cui, se guardiamo attentamente e onestamente intorno a noi, non vediamo alcuna indicazione del fatto che potremmo averlo creato noi stessi o sia frutto del caso. E se non è frutto del caso, ma è nato con uno scopo, allora, da un punto di vista scientifico, abbiamo già accertato la prima componente della speranza. Le altre due dipendono da noi.

[Alina Kartman scrive per ST.network e Semnele timpului].