domenica, Agosto 25, 2019
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Ruanda vent’anni dopo

N13-Rwanda508Il paese ha percorso il cammino della riconciliazione per diventare un modello per l’Africa

Claude Richli/Adventist Review/Notizie Avventiste – Il Ruanda sta rapidamente diventando un modello per tutta l’Africa. In un continente così profondamente segnato dal tribalismo e il cui sviluppo è stato significativamente ostacolato dalla corruzione, lo sviluppo del Ruanda nel corso degli ultimi 10 anni è stato a dir poco spettacolare. A causa del suo tragico passato, il governo ruandese ha posto l’accento sull’attuazione di politiche inclusive di hutu e tutsi, iniziando dalla parte alta della struttura governativa e scendendo fino a diventare visibili ai livelli inferiori. Non solo il governo garantisce pari opportunità a prescindere dall’appartenenza etnica, ma ha anche fatto passi significativi nella promozione delle donne. Quasi due terzi del parlamento è al femminile, e ciò lo colloca al primo posto nel mondo in questo senso.

20 anni sono trascorsi da quel 6 aprile 1994, quando l’aereo con a bordo il presidente ruandese, Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, fu abbattuto da un missile terra aria. Subito dopo questo evento, il Ruanda precipitò in una furia omicida. In 100 giorni, circa 1 milione di tutsi e hutu moderati furono uccisi. La rabbia tribale esplose e la maggior parte dei cristiani (non tutti) dimenticarono di essere tali. I vicini si rivoltarono contro i vicini; persone pacifiche si trasformarono in aggressori selvaggi.

Come può il popolo del Ruanda, che ha affrontato perdite incommensurabili, andare avanti e ricostruire la propria vita? L’unico modo è imparare a perdonare e voltare pagina.

Prima che possa esserci il perdono deve avvenire la giustizia. La comunità internazionale istituì un tribunale speciale ad Arusha, in Tanzania, per giudicare i responsabili del genocidio. Esso è però solo la punta di un processo ben più grande e più ampio chiamato gacaca (pronuncia ga-cia-cia), che ha avuto luogo nel paese.

Gacaca
Significa letteralmente “giustizia sull’erba” ed è una forma di giustizia popolare che ha svolto un ruolo importante da tempi immemorabili come tradizionale sistema giudiziario locale. Quando avveniva una contesa, chi aveva un problema lo esponeva agli anziani del villaggio i quali, dopo aver ascoltato i due contendenti, davano la soluzione. La confessione era la chiave di questo sistema. Il villaggio riteneva di grande valore l’ammissione di colpevolezza, passo necessario nel processo di assoluzione. Poi arrivava la parte più importante della giustizia sull’erba: i due contendenti dovevano condividere una bevanda come segno di rinnovata amicizia. Solitamente non vi erano ferite che duravano perché era difficile che una persona continuasse a essere arrabbiata con qualcuno che si era umiliato davanti a lei.

Dopo il genocidio, che aveva massacrato gli intellettuali e i professionisti del paese, non vi era più un giudice in Ruanda. Fu quindi utilizzata la giustizia sull’erba per attuare il processo di riconciliazione. Essa non è un sistema giudiziario contraddittorio, che cerca vendetta, ma un sistema di giustizia “ripartiva”, che cerca la reintegrazione. Questa tradizione è stata adattata per affrontare l’enorme bisogno di giustizia dopo il genocidio.

La gacaca ha sicuramente dei difetti, tra cui la mancanza di formazione professionale dei “giudici” e, in alcuni casi, il coinvolgimento degli anziani locali hanno compromesso l’imparzialità richiesta dalla legge. Tuttavia, questa cultura e l’attuazione del gacaca da parte del governo a partire dai primi anni 2000 spiegano come il paese abbia potuto andare avanti. In alcuni casi, però, solo l’amore di Cristo consente alle vittime di voltare pagina e iniziare una nuova vita.

Adèle Sefuku ne è un esempio. La sua casa fu attaccata una notte da un gruppo di giovani assetati di sangue. Suo marito, pastore avventista, fu assassinato davanti ai suoi occhi, lei e sua figlia furono selvaggiamente aggredite a colpi di machete e ridotte in fin di vita. Sono entrambe sopravvissute, anche se conservano sul volto le cicatrici di quella notte. Con il passare del tempo, Adèle Sefuku si sentiva sempre più spinta a far conoscere Gesù alle migliaia di persone che erano in carcere per omicidio. Un giorno, dopo aver rivolto un appello al pentimento a un gruppo di detenuti, un giovane si alzò e disse: “Non mi conosci, ma io sono colui che ha ucciso tuo marito in quella notte fatale. Ora chiedo il tuo perdono”.

La donna, profondamente commossa, decise, nello spirito cristiano, non solo di perdonare l’uomo, ma di fare in modo che egli avesse una nuova vita. Andò dalle autorità carcerarie e chiese loro di liberare il giovane; promise di aiutarlo affinché fosse reintegrato nella società, prendendolo in casa sua e sostenendolo come meglio poteva. Oggi, è un uomo sposato e un individuo trasformato.

Agli amici e vicini che mettevano in dubbio la sua sanità mentale, Adèle rispondeva: “So quello che faccio. Cristo mi ha perdonato per i miei peccati; come posso non fare lo stesso! Questo ragazzo ha preso la vita di mio marito; Dio ora mi ha dato la vita di questo ragazzo perché sia come un figlio per me”.

Umuganda
Uno dei maggiori fattori utilizzati per creare l’unità nazionale e ricostruire il paese è stato umuganda, che significa “dare qualcosa”, “aiutare”. È un programma di lavoro sociale obbligatorio che si svolge l’ultimo sabato mattina del mese. A ogni cittadino del paese, tra i 18 e i 55 anni, si richiede di utilizzare il proprio tempo per svolgere del lavoro socialmente utile alla comunità. Si costruiscono case popolari e scuole, si piantano alberi e arbusti, si raccoglie la spazzatura e si migliorano le strade comunali. Non c’è distinzione tra uomini e donne per quanto riguarda il tipo di lavoro che si svolge. Ognuno dà il suo contributo. In quei sabato mattina il traffico si arresta nel paese, fatta eccezione per i veicoli di emergenza e per gli avventisti del 7° giorno, che ricevono una dispensa speciale per andare in chiesa e che invece svolgono il servizio sociale la domenica mattina.

Non è la prima volta che un paese o una società introduce il servizio sociale obbligatorio. Ma all’indomani del genocidio, questo sistema ha contribuito notevolmente alla ricostruzione di un senso di comunità, disciplina, scopo comune e orgoglio nazionale. Come risultato, ora il paese è immacolato. Si può guidare ovunque e non vedere un solo sacchetto di plastica in giro o altra spazzatura. Le piccole città hanno spazi pubblici abbelliti con piante in vaso e alberi. Le strade sterrate sono livellate; quelle asfaltate sono prive di buche, molto comuni invece in altre regioni dell’Africa; i campi e i boschi sono curati con attenzione. Infatti, il paese è al lavoro e suoi cittadini si sono imposti standard elevati.