giovedì, Agosto 13, 2020
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Parma. Quando essere avventista significa casa

Boushlav è un senza fissa dimora tornato dalla sua famiglia, nella Repubblica Ceca, grazie a un ponte di affetto e solidarietà.

Patrizia Evola/Notizie Avventiste – È il 24 gennaio 2020. Sono alla celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani presso l’Ospedale dei bambini di Parma. Squilla il cellulare di mio marito, il past. Daniele La Mantia. Lui sta predicando, così rispondo.
“Buongiorno, sono la dott.ssa Sirocchi, assistente sociale dell’Ospedale Maggiore di Parma. Volevo parlare con il past. La Mantia”.
“Mi spiace è occupato in una celebrazione” rispondo “Se lo ritiene la faccio chiamare appena possibile”.
“Grazie è importante. Buongiorno” conclude la dottoressa.

Terminato l’incontro di preghiera, riferisco il messaggio e Daniele richiama. L’assistente sociale spiega al pastore che da qualche giorno è ricoverato un uomo di nome Loder Bohouslav, di nazionalità ceca, ed è un senzatetto. Parla pochissimo in un inglese molto stentato e dichiara di essere avventista.
“Sono le uniche informazioni che siamo riusciti ad avere da lui” spiega la dott.ssa Sirocchi “Ho cercato la chiesa avventista su Internet; dopo aver cercato di contattare la sede di Roma ho trovato il suo numero e mi sono permessa di contattarla”.
La situazione è delicata. Bohouslav non ha documenti, ma quando verrà dimesso dove andrà? Cosa farà?

Il pastore incontra l’assistente sociale e i medici che hanno in cura l’uomo. Fa visita anche a Loder che non si esprime molto bene, ma scrive qualcosa su un foglio tra cui “adventist” e altre parole non chiare. Alle domande in inglese sulla sua appartenenza alla chiesa, risponde sempre sì e pronuncia una parola simile a “baptism”.

La Mantia riferisce ai sanitari che proverà, tramite l’Unione avventista italiana, a mettersi in contatto con la chiesa nella Repubblica Ceca. Poi, quando esce dall’ospedale, chiama Stanislava, di nazionalità slovacca, che fa parte della comunità avventista di Parma. “Forse lei potrà capirlo” pensa il pastore “Una volta i due Paesi formavano la Repubblica Cecoslovacca”.

Stanislvava dice che la lingua è molto simile e che si capiranno. Così va a trovare l’uomo, insieme al pastore, e riesce a capire che Bohouslav è il nome e Loder il cognome. Bohouslave le dice dove è nato e la città in cui è stato battezzato. Sono informazioni utili per restringere il campo di ricerca. Quello stesso pomeriggio Stanislava continua a ripensare a quel cognome che nella chiesa avventista ceca è abbastanza comune. Con questa idea e grazie anche al nome della città, la donna comincia una ricerca su internet. Trova il link a un video in cui predica il past. Jiri Loder e riscontra una certa somiglianza con Bohouslav.  Cerca l’indirizzo email di questo pastore e gli scrive. Dopo pochissimo arriva la risposta: “Sì, sono suo fratello. Sono felice che sia vivo. Lo cerchiamo da tantissimi anni e avevamo perso ogni speranza”.

Scopriamo che Bohouslav ha altri fratelli pastori e che anche suo padre lo era. La famiglia si accorda per venire a prendere il proprio congiunto. La settimana successiva, il 4 febbraio, due fratelli e un cugino arrivano in Italia. Ci raccontano che non vedevano Bohouslav da 50 anni. L’uomo era fuggito dalla Repubblica Cecoslovacca nel 1968, ai tempi della cortina di ferro, a causa della persecuzione per la sua fede. Da allora aveva girato molto. Per anni aveva lavorato e vissuto in Canada. Poi, non è chiaro come, era arrivato in Italia dove viveva per strada dal 2007. Bohouslav aveva tagliato ogni rapporto con la sua famiglia per una sua avversione, ma i familiari non avevano mai smesso di cercarlo e di pregare per lui.

Dopo il delicato intervento chirurgico, considerata l’età e soprattutto la mancanza di documenti, la cosa migliore per l’uomo è tornare in patria. Grazie al pastore e a un brigadiere che lo conosceva, avendolo visto spesso per strada, la conclusione della vicenda di Bohouslav è vicina. Al Comando dei carabinieri, il brigadiere, che tra l’altro si chiama Sabato di cognome, restituisce gli averi al caro Bohouslav; poi, aiutati dalla traduzione di Stanislava, convincono l’uomo. Il 7 febbraio, Bohouslav parte per ritornare a casa.

Il brigadiere Sabato lo ricorda come un uomo schivo e ben educato, che tutti amavano e aiutavano; infatti, quando la titolare del panificio apriva il negozio, lui si alzava e la salutava garbatamente.

Nelle due settimane di preparativi per riportare Bohouslav in patria, tutti si sono mobilitati: i medici; l’assistente sociale; don Michele, sacerdote conosciuto dal pastore, che ci ha rassicurato sulla copertura delle spese di ospedalizzazione, e infine i familiari che sono arrivati in auto dalla Repubblica Ceca e dalla Germania per riabbracciare il loro congiunto.

In quelle giornate concitate in cui il pastore e Stanislava cercavano una soluzione, spesso mi chiedevo come sarebbe finita questa storia se Bohouslav non avesse detto più volte di essere avventista. Nel momento più difficile quando stava male e il 118 lo aveva raccolto dalla strada in condizioni critiche, la sua ancora di salvezza è stato dire “sono avventista”. Queste parole hanno innescato tutto e hanno dato un lieto fine a questa storia.
Hanno riportato Bohouslav finalmente a casa.