mercoledì, Dicembre 11, 2019
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Malintesi. L’equivoco ermeneutico

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Francesco Zenzale – Indubbiamente la Bibbia non è un libro qualsiasi, non solo perché la cristianità ritiene che sia stata ispirata da Dio, ma anche perché è stata scritta da circa quaranta autori culturalmente diversi e nel corso di circa 1500 anni. Ciò significa che la religiosità espressa risente dell’ambiente culturale di ogni singolo autore e pertanto la volontà di Dio è stata trasmessa con immagini e significati tipici del tempo. È vero che si riscontra una sorprendente unità progettuale concernente la salvezza dell’uomo, e questo dà modo di credere nell’ispirazione divina, ma non possiamo prescindere dal fatto che il progetto salvifico si attualizza con modi diversi in considerazione dell’ambiente culturale e religioso.

Di conseguenza dobbiamo fare attenzione a non dare significati o definizioni del nostro tempo alle parole e alle vicende in essa contenute. Le parole nel tempo si evolvono, si arricchiscono o si impoveriscono e possono perdere anche il loro significato originale. Anche gli episodi e le illustrazioni subiscono una certa metamorfosi nei loro significati o funzione pedagogica o esortativa.

Inoltre, chi non conosce l’ebraico e il greco antico, si deve affidare alle traduzioni che purtroppo non sempre sono fedeli al testo sia per quanto sopra espresso, sia perché, talvolta, chi traduce tradisce, nel senso che ci mette del proprio (convinzioni religiose e culturali), non attenendosi al testo e al contesto.

Un altro aspetto da non sottovalutare sono i concetti di ispirazione e interpretazione. Nell’ambito del cristianesimo esiste un’area ben assortita di confessioni religiose che credono nell’ispirazione verbale e conseguentemente in un’interpretazione letterale. Esse ritengono che la Bibbia sia un fax che Dio ha inviato dal cielo sulla terra scritta dagli autori dettatura. Ora è vero che la “Bibbia indica Dio come suo autore, ma essa è stata scritta da uomini… Le verità rivelate sono state trasmesse per ispirazione divina (cfr. 2 Tm 3:16), ma espresse con parole umane”, ( Ellen G. White, Il gran conflitto, edizioni Adv, 2009, p. 15). È dunque saggio preferire un’ispirazione concettuale anche per una spiegazione dal significato complessivo o concettuale.

Purtroppo nell’ambito di una stessa confessione religiosa si può evidenziare un’indicativa illogicità: da una parte si accetta l’ispirazione concettuale, dall’altra si ha un’interpretazione letterale. Ci troviamo dunque di fronte a una sfasatura di posizioni di pensiero, dove la seconda invalida la prima. Le parole esprimono concetti e pertanto la spiegazione del testo non può prescindere da essi. Dietro le parole c’è un mondo tutto da scoprire, esso è costituito da moltitudini di varianti legate sia all’autore, al suo pensiero e al suo mondo, sia ai destinatari. Pertanto, la parola acquista tutto il suo valore nella misura in cui riesce a raggiungere l’uomo là dove si trova. Scriveva l’apostolo Paolo: “Preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua” (1Corinzi 14:19).

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