mercoledì, Giugno 3, 2020
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Libertà, fedeltà e fraternità al tempo del coronavirus

Davide Romano – Ilaria Capua, scienziata di grande valore, ha recentemente affermato che questo virus lascerà più segni nelle nostre coscienze che sui nostri corpi. A parte la constatazione, banale se volete, che tale affermazione varrà per i superstiti, l’ho trovata invece di grande acume e profondità, anche se non sono sicuro di coglierne il senso originario.

Le coscienze sono materiale a volte infiammabile e a volte abbastanza ignifugo, a volte fragile, frastornato e altre volte adamantino, a volte sono soprattutto intorpidite e impaurite fino ad essere estenuate e prone a qualunque esigenza di sopravvivenza. Le coscienze più resilienti e più attrezzate ad affrontare gravissime tempeste sono quelle che possono nutrire ragionevoli speranze.

Il nostro mondo non gronda speranza, diverse cosette vanno maluccio diciamo così, ma non è affatto il peggiore dei mondi possibili, come ricordava mastro Pangloss; sono candido anch’io?

Può anche darsi; mi rendo conto di avere molte fortune e di vivere nella parte meno problematica del globo: quella parte in cui le forze della storia negli ultimi decenni hanno “più o meno” rigato dritto. Pur con tutte le critiche che si possono e si debbono fare.

Non sono del tutto convinto che le disgrazie del sud del mondo siano inversamente proporzionali alle nostre fortune, ma indubbiamente un legame c’è, e solo chi è del tutto in mala fede non lo vede.

Sono tuttavia convinto, da cristiano, o aspirante tale, e da avventista del settimo giorno, che la storia non finirà per una sciagura e che questo sussulto della creazione smarrita e impazzita che chiamiamo virus, non rappresenta il segno funesto della definitiva catastrofe globale; così come non mi arruolo spensierato tra gli apocalittici biblici, per quanto inevitabilmente un po’ lo sia, e persino con una punta di fierezza, ma a precise condizioni, non mi arruolo men che meno tra gli apocalittici climatici o antropici.

L’unica fine che ritengo possibile e auspicabile è quella più lieta e tremenda dell’avvento del Signore Gesù. Null’altro potrà accaderci.

In questi giorni ci sono però alcuni temi e questioni che mi sembrano emergere con particolare acuminata urgenza, al di la della gravissima pandemia, ma proprio in mezzo ad essa.

Il primo è il tema della fraternità. Il distanziamento sociale, pur necessario e insostituibile, rappresenta al tempo stesso una specie di contrassegno diabolico cui viene dato un significato positivo. Per l’essere umano, per la creazione tutta vorrei dire, mantenere le distanze sociali e rinunciare ad ogni contatto fisico, ad ogni abbraccio, significa alla lunga danneggiare in forma quasi irreparabile il legame fraterno faticosamente costruito negli anni. La distanza fra i corpi diventa salvifica. Il sospetto che l’altro, persino un amico, persino un congiunto, possa apparirmi come una presenza minacciosa, è terribile. Potevamo tollerare solo la distanza tra la vittima e il carnefice, non quella tra due persone in quanto tali.

Poi c’è la libertà. La libertà individuale, la libertà di movimento, finanche la libertà di impresa, che viene significativamente compressa come misura di profilassi sociale. Ed è giusto, è corretto, ed è probabilmente l’unica cosa saggia da fare. Purché duri poco, non un minuto in più del necessario; purché non ci si venga a dire che bisognerebbe imitare i cinesi o i coreani. Purché non ci si venga a spiegare che il concetto di privacy, ad esempio, è solo un orpello ideologico, poco più che una sofisticheria, delle classi borghesi e un po’ intrallazzate che rifuggono da ogni esigenza di trasparenza per celare chissà quali torbide esigenze. Per carità. Si sa bene quanto insidiosa sia la via che porta dalla sicurezza sociale, magari anche declinata come sicurezza sanitaria, per non parlare eventualmente anche della “sicurezza spirituale”, alla dittatura.

Le democrazie liberali sono meno disciplinate delle dittature, e dunque anche un filino meno efficaci nel tappare tutti in casa. Meglio così. Lo sapevamo e lo abbiamo sempre avvertito come un sintomo di quella libertà incomprimibile che in Cina sognano in tanti, ma non hanno. Del virtuoso modello cinese, o anche coreano, con le debite differenze, o anche russo, per carità …, un giorno, quando tutto sarà abbondantemente finito, scopriremo anche, forse, i costi sociali e le cocenti ingiustizie. E magari scopriremo, ma questo è ancora più dubbio, che la Cina, anche con tutta la sua marziale disciplina, qualche morto in più lo ha avuto. E qualche contagiato in più lo ha avuto. E magari scopriremo che non è verosimile che la Russia, che da sola è grande quanto un continente, dichiari meno contagi del Piemonte, così come non era verosimile “ieri” che gli USA si ritenessero pressoché immuni dal contagio.

Insomma, si può sempre imparare da tutti, con umiltà, ma senza tramortire valori e differenze che dovremmo tenerci cari.

Poi c’è la vocazione. La spaventosa perdita di lavoro a causa del lockdown non comporta soltanto una perdita di reddito, che pure è la cosa peggiore, ma precipita le persone in una condizione di smarrimento e di inutilità. Il lavoro, in molti casi, rappresenta anche una precisa risposta ad una vocazione intima all’utilità sociale e famigliare. Bisognerebbe trovare il modo di far sentire le persone importanti e decisive anche in una condizione di stallo di molti settori economici. Di questo tema non si parla e si riduce la questione solo alla dimensione del sussidio pubblico di natura economica.

Poi c’è il tema, molto grave, del sapere scientifico e del sapere politico.

Troppo spesso in queste settimane ho sentito ripetere da diversi esponenti del mondo politico e delle istituzioni che avrebbero fatto e detto solo ciò che gli scienziati del virus avrebbero concesso loro di fare e di dire. Anzi, ho sentito qualche giorno fa declamare da un giovane ministro, ahinoi, che: “adesso i politici tacciano e parlino solo gli esperti”.

Capite in quale drammatica situazione ci troviamo?

Sarebbe come dire nel corso di una guerra: adesso i politici tacciano, i parlamenti chiudano, parleranno solo i generali.

Così, abbiamo ascoltato torme di virologi, infettivologi, epidemiologi, igienisti, biologi e statistici indicare politiche sanitarie e politiche sociali da adottare immediatamente, talvolta anche in malcelata contraddizione gli uni con gli altri, e i politici messi alla lavagna a prendere appunti.

Quasi che la politica non sia una competenza. Quasi che la politica non sia anch’essa una precisa vocazione, e che vocazione. Quasi che la professione politica mal si adatti a gestire le emergenze.

Va da sé che questo è il riflesso condizionato del grado di discredito in cui la professione politica è caduta a causa delle demagogiche e superficiali critiche mosse alle élite e alle istituzioni.

Va da sé, altresì, che osservando certi leader politici in giro per il mondo, dal presidente Trump che sembra uscito da un cartone animato giapponese, a Boris Jhonson che è passato dall’impavida noncuranza britannica davanti alla pandemia, agli appelli accorati con tanto di letterina inviata a ciascun cittadino dal proprio luogo di quarantena, non c’è sempre da star sereni. D’accordo. Ma chi volesse fare a meno della indispensabile mediazione della politica professionale, o non si sentisse all’altezza del compito, perlomeno ci faccia il piacere di non candidarsi.

Gli esperti e gli scienziati facciano il loro onesto e proficuo lavoro di ricerca e di alfabetizzazione. Per il quale siamo grati. Ma non possiamo rinunciare alla fondamentale intelligenza e conduzione della politica. Meno male che il nostro Presidente della Repubblica ha in più occasioni tenuto alto il ruolo e la visione complessiva che solo un politico e un alto rappresentante delle istituzioni può avere.

Infine, ma non per ultimo, ci sono le comunità di fede, che da quasi quaranta giorni rispettano il divieto di assembramento e quindi vivono una inedita diaspora moderna, solo parzialmente mitigata dall’utilizzo delle tecnologie digitali.

La sovraesposizione mediatica del pontefice di Roma, ricca di gesti, di scenografie accuratamente studiate, di rappresentazione vicaria dell’intero e plurale universo ecclesiale cristiano, forse sarà stata di qualche utilità ai credenti cattolici. Ce lo auguriamo. Ma il servizio pubblico radiotelevisivo  non hanno minimamente avvertito il bisogno di dare sufficiente voce e visibilità alle tante comunità cristiane che non si identificano con il cattolicesimo-romano e alle tante comunità religiose non cristiane presenti nel nostro Paese. L’antico difetto italico di guardare alla religione e alla fede soltanto attraverso la già adeguatamente rappresentata voce cattolica-romana non è emendabile. Nemmeno in pandemia.

Pazienza. Tutti insieme, evangelici e cattolici, ortodossi e anglicani, ciascuno per parte propria e senza indebite sovrapposizioni, ma con profonda fraterna sollecitudine, dovremo continuare a mantenere salda la fede nel Dio della Scrittura che sin dai tempi del diluvio promise che nessun cataclisma avrebbe più distrutto la terra, e decise anche di darsi  – a se stesso prima che a noi – un segno per ricordarselo: l’arcobaleno. Quasi a voler dire, in ogni grande tragedia della storia, vedrai: andrà tutto bene!