mercoledì, Settembre 23, 2020
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Le speranze dell’uomo e le speranze di Dio. Seconda parte

La speranza di Israele realizzata da Gesù.

Michele Abiusi – Gesù inizia il suo ministero pubblico annunciando il “regno” (Marco 1:15) e lo indica “già presente” e nondimeno ancora futuro. Promette di ritornare per venire a prendere i suoi e condurli in quel luogo che sta preparando per loro (Giovanni 14:1-3). In attesa di quel giorno, il credente deve annunciare alle nazioni quel regno, forte della presenza di Gesù (Matteo 28:20 u.p.); questo diventa annuncio di speranza.

È interessante sottolineare gli attributi che gli apostoli danno alla speranza del credente:
viva – 1 Pietro 1:3-4;
sicura e ferma – Ebrei 6:18-19;
costante – 1 Tessalonicesi 1:3;
buona – 2 Tessalonicesi 2:16;
gloriosa – Romani 5:2.

Tutta la forza della speranza del credente si concentra quindi nell’attesa del ritorno di Gesù! “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5 Cei).

Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire, senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Mi preme sottolineare che la speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già nella realtà attuale, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.

Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede mai di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli veniva offerta, Dio gli disse: “Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Genesi 12:1 Cei). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere perennemente un nuovo inizio.

Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? … Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura … e mi sarete testimoni … fino agli estremi confini della terra» (Atti 1:11; Marco 16:15; Atti 1:8 Cei).

Questa “testimonianza” è fatta certamente di parole (la predicazione) ma va ben oltre. Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio.