mercoledì, Settembre 30, 2020
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La fede e le opere

Michele Abiusi – “La fede viene dall’udire” (Romani 10:17). È nell’esercizio di questo dono che si manifesta la libertà dell’uomo. La fede è un dono di Dio, accordato se lo desideriamo. È l’atto più personale dell’essere umano: si osa appropriarsi della redenzione del mondo, e ciononostante questo atto è un dono dello Spirito Santo. “Infatti, è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio” (Efesi 2:8).

Riflettiamo insieme sulla relazione esistente tra i meriti del credente e la grazia di Dio. Possiamo affermare che in ogni religione esiste l’idea di dover guadagnare il favore di Dio o degli spiriti. Tutte le pratiche religiose, anche le più sublimi come la preghiera o l’aiutare chi è nel bisogno, sono a rischio di contaminazione a causa del fatto che ritengo di aver diritto a una ricompensa per il mio comportamento. Dio mi perdona e mi salva perché io me lo merito? Perché sono una brava persona e un bravo cristiano? O Dio mi accetta così come sono, malgrado sia peccatore, perché mi ama facendomi oggetto della sua grazia infinita?

Questa domanda era di attualità anche ai tempi di Cristo. Seguiamo un episodio descritto nel Vangelo di Luca, proprio per rispondere a questo quesito.

“Un centurione aveva un servo molto stimato, che era infermo e stava per morire; avendo udito parlare di Gesù, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo di venire a guarire il suo servo. Essi, presentatisi a Gesù, lo pregavano con insistenza, dicendo: ‘Egli merita che tu gli conceda questo; perché ama la nostra nazione ed è lui che ci ha costruito la sinagoga’. Gesù s’incamminò con loro; ormai non si trovava più molto lontano dalla casa, quando il centurione mandò degli amici a dirgli: ‘Signore, non darti quest’incomodo, perché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; perciò non mi sono neppure ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io sono uomo sottoposto all’autorità altrui, e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno, vai, ed egli va; a un altro, vieni, ed egli viene; e al mio servo, fa’ questo, ed egli lo fa.  Udito questo, Gesù restò meravigliato di lui; e, rivolgendosi alla folla che lo seguiva, disse: ‘Io vi dico che neppure in Israele ho trovato una così gran fede!’. E quando gli inviati furono tornati a casa, trovarono il servo guarito” (Luca 7:2-10).

Nel racconto Luca utilizza gli anziani della città di Capernaum e un centurione romano per affrontare la discussione tra i meriti e la grazia, e infine risolve il dibattito dando la parola a Gesù. Prima di tutto bisogna dire che un centurione romano, ossia un ufficiale dell’esercito dominante, era in genere mal visto dai giudei sia perché rappresentava l’impero conquistatore, sia perché i romani adoravano i tanti loro dèi e lo stesso imperatore quale rappresentante di Dio in terra, mediatore tra gli uomini e Dio. L’appellativo “Pontefice Massimo” era una sua prerogativa e significava che l’imperatore era il massimo ponte tra la terra e il cielo.

I Romani erano pagani, idolatri e impuri, oltre ad essere un esercito di occupazione. Per queste ragioni i rapporti con loro erano sconsigliati o limitati allo stretto necessario. Ci sorprende quindi che in questa storia gli anziani della città si mobilitano in favore del centurione e pregano con insistenza Gesù perché vada a casa dello straniero per curare un suo schiavo.

Per convincere il Maestro a recarsi a casa del pagano lo informano che l’ufficiale “…merita che tu gli conceda questo; perché ama la nostra nazione ed è lui che ci ha costruito la sinagoga”. Gli anziani pensano che Gesù ragioni come loro e quindi fanno leva sui meriti del centurione: ha costruito la nostra sinagoga! Ha dimostrato così di amare la nostra nazione, la nostra religione e il nostro Dio. Quindi Gesù… anche se è un pagano… un nemico… puoi aiutarlo perché se lo merita! Curiosa la reazione del centurione che, malgrado fosse considerato meritevole dell’attenzione del Cristo, rifiuta di ospitare il Maestro a casa sua e addirittura di incontrarlo per strada: “… io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; … non mi sono neppure ritenuto degno di venire da te”.

L’ufficiale chiede a Gesù di dare solo un ordine in favore del suo schiavo e sicuramente questi sarà curato. L’uomo chiede una guarigione a distanza, senza vedere il malato, senza toccarlo, senza sapere da quale malattia fosse stato colpito. Riconosce l’autorità del Maestro e si sottomette ad essa, sapendo che anche la salute e la vita del suo servo dipendono da lui.

Ma allora il centurione era meritevole, come dicevano gli anziani, oppure era indegno come lui stesso si era definito? Pare che Gesù non tenga conto né dei meriti né del senso di indegnità dell’uomo. Dio non guarda se sono il migliore o se ho offerto una somma di denaro inferiore a quella di un altro. Gesù si diresse verso la casa dell’ufficiale, non perché là abitasse un uomo buono e generoso, ma perché in quella casa c’era una persona che aveva bisogno di lui anche se era uno schiavo.

Gesù non è venuto in questo mondo perché noi eravamo o siamo delle brave persone, ma perché siamo ribelli, peccatori, omicidi, bugiardi, disubbidienti. Gesù ha accettato di morire mentre l’umanità lo inchiodava alla croce. E mentre moriva ci ricordava la sua missione e ci perdonava. “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno…”.

Gesù mette in risalto la fede del centurione che, malgrado fosse straniero e di un’altra religione, aveva dimostrato una fiducia in lui come nessun altro.

Nella discussione se io possa meritarmi l’amore del Padre o se sia indegno di avvicinarmi a lui, Gesù afferma un’altra verità: ciò che conta è aver fiducia in Dio. Non ti preoccupare se ti senti indegno. Sarà Gesù stesso a cercarti, come disse: “perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19:10).

Qual è, allora, il rapporto tra grazia e legge? “infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia. Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo!” (Romani 6:14-15).

Ti chiedi forse: “Cosa devo fare?”. Lasciati trovare, lasciati amare, lasciati perdonare, lasciati salvare. Questo sarà l’inizio della vita. Davanti a Dio siamo tutti uguali, siamo tutti peccatori. I nostri diplomi, le nostre ricchezze, il nostro stato sociale o politico non contano niente! Ciò che conta è aver fiducia nella grazia divina.