domenica, 26 Gennaio, 2020
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Implicazioni pratiche della creazione in vista della beata speranza

Francesco Zenzale – Ora comprendiamo, esaminiamo e “vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia: ora conosco in parte; ma allora conoscerò appieno, come anche sono stato appieno conosciuto” (1 Corinzi 13:12, Luzzi).

Creati a immagine e somiglianza di Dio e non secondo lineamenti di ciò che ci era stato “sottoposto” (cfr. Genesi 1:26-28). Avevamo la facoltà di interagire con Dio con l’udito, la parola, lo sguardo e con l’intero essere. Non esisteva nessuna creatura in grado di gioire di tale attitudine. C’era un rapporto, una comunione, che consentiva rilevanti relazioni di ordine spirituali, affettive, esistenziali. Ciò significa, in primo luogo, che gli esseri umani sono essenzialmente delle persone religiose e trascendenti. In secondo luogo, la comprensione di noi stessi e dello scopo per cui vivere fluiscono grazie al raffronto con Dio. Fu con Dio che Adamo ed Eva ebbero le loro prime relazioni, prima ancora di interagire reciprocamente.

Plasmati fisicamente direttamente da Dio (Genesi 2:7) e non semplicemente con l’espressione della sua voce (Genesi 1:20, 24). Dio s’è sporcato le mani di fango prima di soffiare il suo alito vitale e donarci la gioia di essere delle creature viventi. Questo gesto antropomorfico divino prefigura l’incarnazione (cfr. Giovanni 1: 1-2, 14), il modo in cui il Signore desidera interagire con ciascuno di noi nonostante il peccato.

Mangiare per vivere secondo la nostra struttura fisiologia prima del peccato. Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento” (Genesi 1:29). Ciò significa che il nostro corpo è un aspetto costitutivo dell’esistenza. Non possiamo immaginare la vita umana al di fuori di un qualche tipo di corpo. In realtà, un essere umano senza un corpo costituirebbe una contraddizione di termini.

Possiamo percepire l’importanza che il corpo riveste per l’esistenza umana nelle descrizioni bibliche della risurrezione dai morti. “Così pure della risurrezione de’ morti. Il corpo è seminato corruttibile, e risuscita incorruttibile … è seminato corpo naturale, e risuscita corpo spirituale» (1 Corinzi 15:42, 44, Luzzi). Per Paolo, il passaggio da questa vita a quella futura comporta una trasformazione radicale, ma non presuppone un lasciarsi l’esistenza corporea dietro le spalle.

Dal momento che l’esistenza umana è essenzialmente corporea, ne consegue che il corpo è qualcosa di buono che merita di essere trattato con cura. In se stesse, le cose che rendono la nostra vita fisica gradevole sono buone. Per quel che riguarda la Bibbia, non c’è niente di male nel mangiare e nel bere. Dio stesso provvide al cibo di Adamo ed Eva (cfr. Genesi 2:9, 16). Gesù promise di mangiare e bere con i suoi discepoli nel regno di Dio (cfr. Luca 22:16-18), e Giovanni vide i redenti liberati dal problema della fame e della sete (cfr. Apocalisse 7:16).

Vivere con discernimento. L’albero della conoscenza del bene e del male (cfr. Genesi 2: 9) esprimeva la possibilità da parte dell’uomo di sperimentare il male. Prerogativa che Dio aveva accordato ai nostri progenitori (Adamo ed Eva) dal giorno in cui furono creati a sua immagine. Fino a quando vissero nel bene o secondo le aspettative divine, avevano la capacità di discernere il bene dal male espresso nelle seguenti parole: “La donna rispose al serpente: ‘del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete’” (Genesi 3:2-3; 2:17).

Questa specificità è stata perduta a causa del peccato, perché solo chi è emancipato dal peccato e ha vissuto nel bene, ad esempio Gesù (cfr. Giovanni 8:46; Ebrei 4:15), è in grado di distinguere chiaramente il bene dal male e conoscere perfettamente la linea di demarcazione tra i due opposti. Appena il peccato è stato consumato, il male si è mescolato confusamente al bene e ora è quasi impossibile discernere l’uno dall’altro se non con grande fatica e con l’aiuto dello Spirito Santo (cfr. Giovanni 16:8; Atti 5:1-11). Pertanto, solo Dio, per la sua non-esperienza del male e per la sua onniscienza, è qualificato a esprimere giudizi di condanna eterna. La parabola della zizzania è un’ottima illustrazione (Mt 13: 24-27; cfr. Mt 7:1; Giovanni 8:7).

Vivere dipendendo da Dio in quanto creature. L’albero della vita (Gn 2:9) aveva un suo significato. Esso esprime il nostro status di creature. Non siamo eterni e non apparteniamo al divino se non come creature. Il nostro modo di esistere è essenzialmente differente da quello di Dio: egli è sempre esistito; noi siamo venuti all’esistenza. Per questo motivo Dio, nella persona di Gesù, si presenta a noi affermando di essere “l’io sono” (Giovanni 8:58) o “la via, la verità e la vita” (Giovanni 14:6). Senza di lui non possiamo fare nulla, ancor meno vivere (cfr. Giovanni 15:5).

Non eravamo delle divinità e neanche simili agli angeli, né superiori e inferiori al resto della creazione, ma conformi all’immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1:26). Ciò significa che il nostro modus vivendi doveva essere orientato verso l’alto e non verso il basso o orizzontalmente verso i propri simili (cfr. Esoso 20: 1-6). Infatti, Dio ci aveva invitati a custodire la creazione e non a lasciarci soggiogare da essa con il duro lavoro, cosa che avvenne a causa del peccato (cfr. Genesi 2: 15, 18-20; 3:17-19).

In breve, gli elementi sopra descritti devono essere compresi considerando che noi siamo stati opacizzati dal peccato. Ora comprendiamo, esaminiamo e “vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia: ora conosco in parte; ma allora conoscerò appieno, come anche sono stato appieno conosciuto” (1 Cor 13:12 Luzzi). Lo stesso vale per l’autore del Pentateuco, il quale non aveva intenzioni di descrivere dettagliatamente la realtà prima del peccato, ma evidenziare ciò che l’umanità ha perso in termini di armonia con il resto della creazione e soprattutto nella relazione con Dio. Il peccato ha impoverito l’uomo, non solo della vita eterna, ma anche della fratellanza, della bellezza, della natura incontaminata, della libertà di movimento, di pensiero e di comprensione dell’universo e di Dio stesso.


Pubblicato in omaggio e memoria dell’autore.