martedì, Agosto 4, 2020
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Il coronavirus è tutto tranne che un livellatore

L’impatto di Covid-19 sui poveri del mondo.

Carmen Lăiu – Una carestia di proporzioni bibliche si profila già all’orizzonte, afferma David Beasley, direttore del World Food Programme (Fwp). Oltre 30 Paesi in via di sviluppo potrebbero essere colpiti dal flagello, 1 milione di persone sono già colpite. Non si tratta solo di gente che va a dormire affamata, insiste Beasley, ma è uno stato di emergenza in cui l’aiuto esterno è l’unica speranza.

Le persone più povere del mondo hanno già iniziato a sentire gli effetti della crisi alimentare. Le misure prese per rallentare la diffusione di Covid-19 hanno portato alla chiusura delle scuole in 197 Paesi, e circa 369 milioni di bambini non usufruiranno dei pasti scolastici.

Il coronavirus è tutto tranne che un livellatore” ha dichiarato Asha Jaffar, una volontaria che porta cibo alle famiglie in una baraccopoli di Nairobi, e respinge l’idea diffusa che siamo tutti uguali di fronte alla minaccia di questo nuovo nemico.

La carenza di cibo non è un fenomeno nuovo e il mondo ha già subito gravi crisi alimentari, ma si trattava di situazioni regionali, causate da eventi meteorologici estremi, da conflitti o problemi economici. Durante la pandemia, possiamo parlare di un fenomeno globale di carenza di cibo, affermano gli esperti, che configura l’intersezione di diversi fattori generati dalla crisi sanitaria e dall’interruzione del precedente ordine economico, e si sovrappone ai vecchi problemi come il cambiamento climatico, la migrazione o i conflitti armati.

Ciò che i poveri vivono ora è una carestia pandemica, “una catastrofe umanitaria e alimentare”, afferma Beasley.
Il Covid-19 ha creato l’ambiente perfetto per una grave crisi economica. E se i poveri sono i più colpiti, le previsioni sulle economie forti del mondo non sono tanto ottimiste.

Dalla crescita economica alla recessione
“È molto probabile che quest’anno l’economia globale subirà la peggiore recessione dalla Grande depressione, superando quella osservata durante la crisi finanziaria globale un decennio fa” ha dichiarato Gita Gopinath, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nel rapporto del World Economic Outlook 2020. Gopinath ha affermato che l’attuale crisi non somiglia alle altre e che, come accade per una guerra o una crisi politica, “permangono gravi incertezze sulla durata e l’intensità della scossa”.

Le ultime previsioni del Fmi parlano di una contrazione del 3% dell’economia globale, con una revisione negativa del 6,3% rispetto alla stima fatta nel gennaio 2020. Tuttavia, un calo del 3% nell’economia è uno scenario “felice”, condizionato dalla remissione della pandemia nella seconda metà dell’anno.

Inoltre, se si verificassero più condizioni, come l’assenza di fallimenti su vasta scala, un basso livello di disoccupazione e l’assenza di stress sistemico nei mercati finanziari, l’economia globale potrebbe crescere del 5,8% nel 2021. Tale crescita supererebbe la media registrata negli anni precedenti la pandemia, ma in questo scenario vi sono ancora “notevoli incertezze” legate alla pandemia, al comportamento dei mercati finanziari e alle conseguenze economiche della crisi sanitaria.

A eccezione della Cina, che quest’anno potrebbe ravvisare una crescita economica dell’1,2%, tutte le economie dei Paesi sviluppati si ridurranno del 6% e nei Paesi emergenti e in via di sviluppo si ridurranno dell’1-2,2%.

La perdita cumulativa del Pil nel 2021-2022 potrebbe raggiungere i 9 trilioni di dollari, cifra leggermente superiore alle economie di Germania e Giappone messe insieme. La crisi globale non perdonerà nessuno, avverte Gopinath, sottolineando le ulteriori sfide che devono affrontare le economie emergenti e in via di sviluppo.

La pandemia evidenzia il volto della povertà nei Paesi ricchi
La crisi Covid-19 amplia la scala della povertà nel Regno Unito, dove, secondo i dati ufficiali, 14 milioni di persone devono affrontare lo spettro della povertà dopo un decennio di austerità a seguito della crisi finanziaria del 2008.

All’inizio di aprile l’Economic Times ha scritto che nelle ultime due settimane quasi 1 milione di persone si sono rivolte all’Universal Credit, la principale forma di aiuti dello Stato, 10 volte più del solito. La situazione è definita “una sfida senza precedenti” dall’ente benefico The Trussel Trust, che gestisce una rete di 1.200 banchi alimentari.

Se le famiglie che guadagnavano salari dignitosi prima della pandemia ora passano all’Universal Credit, vivranno ben presto in condizioni di povertà” ha dichiarato Louisa McGeehan, direttrice del Child Poverty Action Group UK.

In Spagna, gli esperti hanno avvertito che i poveri, gli anziani, gli emarginati e le persone con impieghi a basso reddito sono colpiti in modo sproporzionato dalla crisi generata dal nuovo coronavirus, scrive The Guardian. Una mappa del governo regionale catalano, che seguiva l’evoluzione della diffusione del virus, mostrava che gli abitanti dei quartieri poveri di Barcellona avevano un rischio 6-7 volte maggiore di essere contagiati, rispetto a chi viveva nei quartieri ricchi.

La crisi economica “senza precedenti” innescata dalla pandemia, come annunciato dalla Banca di Spagna, colpisce in maggior misura le persone molto povere. Il distretto di Puente de Vallecas, uno dei più poveri e più colpiti dall’epidemia a Madrid, è un esempio di come questa doppia crisi sia a svantaggio delle persone vulnerabili. Nel Puente de Vallecas vivono circa 230.000 abitanti, molti dei quali immigrati dall’America Latina, dal Marocco e dall’Europa dell’est. Sono generalmente persone che lavorano in settori a basso reddito e in stato di precarietà.

Patricia Dominguez ha 55 anni, è originaria della Colombia ed è vedova. È stata licenziata, così come la sua coinquilina, non appena il Covid-19 ha iniziato a provocare il caos in città. Riceve buoni per la speda dalla Croce Rossa, ma arranca.

Mangiamo poco. Viviamo con la doppia paura del virus e della crisi economica”, afferma la donna.

La Spagna non si aspettava una crisi sanitaria di così ampia portata, afferma il professor Manuel Franco dell’Università di Alcalá a Madrid, sottolineando che le decisioni da prendere devono basarsi sulle disparità sociali esistenti. Le disuguaglianze erano già state accentuate prima della pandemia: il divario di reddito aveva creato una differenza di aspettativa di vita di 7 e 11 anni tra i residenti più ricchi e più poveri, rispettivamente, di Madrid e Barcellona, secondo uno studio pubblicato nel 2019 da Oxfam Intermon.

Se questo è il volto della povertà nei Paesi europei sviluppati, che aspetto ha nelle regioni già vulnerabili? Un recente rapporto avverte che la pandemia è una martellata per milioni di persone che sono state a lungo in bilico sul bordo dell’abisso finanziario.

Quando la fame è un nemico più spaventoso del virus
Circa 265 milioni di persone nei Paesi a basso e medio reddito potrebbero affrontare scarsità alimentare nel 2020, quasi il doppio rispetto all’anno precedente, secondo un rapporto del World Food Programme, agenzia delle Nazioni Unite.

La maggior parte delle persone che hanno combattuto la crisi alimentare nel 2019 vivono in Paesi colpiti da conflitti (77 milioni), cambiamenti climatici (34 milioni) e crisi economiche (24 milioni).

Nell’anno precedente, Yemen, Congo, Afghanistan, Venezuela, Etiopia, Sud Sudan, Siria, Sudan, Nigeria e Haiti sono stati i Paesi colpiti dalle peggiori crisi alimentari, e ospitano circa il 66% della popolazione mondiale alle prese con l’insicurezza alimentare. Se il 61% della popolazione del Sud Sudan ha subito carenze alimentari nel 2019, almeno il 35% della popolazione in Paesi come Zimbabwe, Sudan, Yemen, Repubblica centrafricana, Siria e Haiti ha vissuto lo stesso problema l’anno scorso.

Le multinazionali del settore alimentare, a loro volta, avvertono che il numero di persone che soffrono la fame cronica potrebbe raggiungere 1,6 miliardi (il doppio del numero attuale).

Il nuovo coronavirus amplifica i problemi esistenti e ne crea di nuovi, affermano gli esperti e molti temono che il Covid-19 influenzerà in gran parte le società più come problema economico che sanitario. Il nostro modo di vivere e di lavorare è cambiato da un giorno all’altro e le misure adottate per frenare la diffusione del virus hanno influito anche sulla produzione alimentare.

Gli esperti affermano che le preoccupazioni principali riguardano i rifugiati e i residenti nelle zone di conflitto (tra cui quelle nel nord-est della Nigeria, nel Sud Sudan, in Siria e Yemen).

La pandemia ha colpito gravemente milioni di persone, ha affermato Arif Husain, capo economista del World Food Program, sottolineando che “Non avevano bisogno del Covid-19. Anche senza di esso la loro vita era appesa a un filo”.

Le persone e i drammi nascosti dalle statistiche
Pur se la pandemia non ha provocato una carenza alimentare globale, i problemi logistici relativi alla semina, alla raccolta e al trasporto degli alimenti renderanno i Paesi poveri vulnerabili, in particolare quelli che dipendono dalle importazioni, ha dichiarato Johan Swinnen, direttore generale dell’International Food Policy Research Institute, Washington .

La quarantena e la mancanza di cibo hanno portato a proteste e saccheggi dall’Honduras al Sudafrica e all’India, scrive il New York Times.

A Kibera, la più grande baraccopoli della capitale del Kenya, l’epidemia ha aggravato la schiera di coloro che già muoiono di fame. La disperazione della gente è così grande che, quando hanno ricevuto donazioni in olio e farina, si sono ammassati, determinati a non rimanere a corto di ingredienti preziosi. Due persone sono rimaste uccise e molte altre sono state ferite nella calca.

“Non abbiamo soldi e dobbiamo sopravvivere. Ciò significa non mangiare molto”, afferma Pauline Karushi, che ha perso il lavoro e vive con il figlio e altri quattro parenti in un appartamento di due stanze.

La carenza alimentare è una minaccia sempre più presente in India, dove molti dipendevano dal reddito che riuscivano a ricavare giornalmente. La mancanza di denaro ha costretto gli abitanti delle città a tornare nelle zone rurali, innescando “la più grande migrazione di massa nella nazione dall’indipendenza”, ha affermato Amitabh Behar, amministratore delegato di Oxfam India.

Se non hai nemmeno una casa, come puoi lavorare da casa?” si chiede con amarezza Ramchandran Ravidas. Ha 42 anni ed è un pilota di risciò. Non ha clienti da quando c’è la quarantena. Normalmente, in una buona giornata e con molta energia, riesce a guadagnare fino a 6 dollari. È la prima volta nella sua vita che non può più sbarcare il lunario ed è la prima volta che riceve cibo da un’organizzazione benefica. L’uomo vive nel garage del proprietario che gli affitta il risciò e ora teme di essere sfrattato, dato che i clienti non usano più i loro servizi. “Non sono preoccupato per il coronavirus; se viene a prendermi, almeno questa miserabile vita finirà”, conclude tristemente Ravidas, dopo aver valutato le sue alternative.

“Nessuno muore di febbre” dice uno dei detti che circolano nel quartiere di San Roque a Manila, delineando così, per esclusione, l’immagine del vero nemico di cui avere paura. Le persone sono abituate alla febbre e alla tosse nel quartiere in cui microcriminalità, mancanza di cibo, ingorghi e carenza d’igiene sono problemi comuni. Eppure, le restrizioni al traffico li spaventano più del contagio.

L’isolamento “è un incubo per le persone come noi” afferma Susan Baldoza, osservando che, a San Roque, le persone preferirebbero morire di infezione piuttosto che soccombere lentamente alla fame.

Oltre alla pandemia, diversi Paesi africani affrontano una storica invasione di locuste. Già a gennaio, le Nazioni Unite hanno avvertito che le cavallette rappresentavano una “minaccia estremamente allarmante e senza precedenti” per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza. La pandemia ostacola gli sforzi per combattere questa invasione e alcune settimane fa una seconda ondata di locuste, 20 volte più grande della precedente, ha colpito di nuovo il continente.

“Prevediamo che il governo, i partner e il World Food Program ci salveranno, venendo in nostro aiuto con il cibo. Altrimenti, la nostra gente finirà per morire di fame” ha detto Christine Apolot, sindaco del distretto di Kumi in Uganda.

Coloro che non hanno nessuno
Il direttore del Wfp ha già annunciato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che sono necessari al più presto 2 miliardi di dollari di aiuti, perché la situazione dei poveri nei Paesi in via di sviluppo peggiora rapidamente. Altri 350 milioni di dollari serviranno per trasportare il cibo nelle aree di crisi. Questo appello è arrivato nel contesto in cui, alla fine del 2019, gli esperti avevano predetto che “il 2020 sarà l’anno peggiore dalla Seconda guerra mondiale”, prima ancora che l’invasione delle locuste diventasse una drammatica realtà in Africa.

Nel prossimo futuro, gli Stati più poveri potrebbero affrontare un difficile dilemma: salvare le persone dal coronavirus o salvarle dalla fame, dice il rapporto del Wfp.

La fame si può prevenire, secondo David Beasley. “Ottenendo i soldi e mantenendo aperte le filiere di approvvigionamento, possiamo evitare la fame” afferma Beasley e sottolinea che “in questo siamo insieme”.

Se i Paesi in via di sviluppo non riescono a tenere sotto controllo l’epidemia, il virus potrebbe diventare endemico e causare nuovi focolai in tutto il mondo, dicono 20 esperti (tra cui quattro premi Nobel) che hanno scritto ai leader del G20 per avvertirli dell’“inimmaginabile impatto sanitario e sociale” della crisi Covid-19 in queste regioni.

Anche se l’indifferenza verso la sofferenza da parte di coloro che vivono su altri meridiani ci costerebbe troppo per potercela permettere, abbiamo una ragione ancora più forte per intervenire, afferma Arif Husain: “Dobbiamo essere lì per queste persone, perché se non ci siamo noi, non ci sarà nessun altro”.

[Immagine: Pixabay. Carmen Lăiu scrive per St.Network. Traduzione: L. Ferrara]