mercoledì, Settembre 23, 2020
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#GodIsWithUs. Parlano i malati di Covid-19

L’ultimo video realizzato dai media avventisti europei.

HopeMedia Italia – La serie di mini video #dearcoronavirus (caro coronavirus) questa volta dà la parola a coloro che sono ammalati di Covid-19. Racconta la loro sofferenza ma anche la loro fede in Dio. #GodIsWithUs (Dio è con noi) è il messaggio che vogliono trasmettere le persone nel video. “Vivono in cinque Paesi europei e non potrebbero essere più diversi per età, lavoro o interessi” dice Norel Iacob, dalla Romania, che ha parlato con i protagonisti “Una cosa li accomuna: sono tutti infetti. Alcuni non avevano paura. Altri erano terrorizzati. Hanno tutti vissuto un’esperienza che ha segnato la loro vita”. Iacob racconta i suoi colloqui in un articolo pubblicato sul sito TedNews.

Timothy, ha 34 anni, una figlia ed è divorziato. Abita a Bracknell, in Inghilterra, a 14 chilometri dal Castello di Windsor. L’autoisolamento è una sofferenza per lui non tanto per la malattia, anche se è dolorosa, ma perché non può vedere sua figlia. “Vive in casa con il nonno materno che ha problemi di salute. Se il virus arrivasse lì, sarebbe molto pericoloso per lui”.
Timothy è un poliziotto, uno di quelli che non si fanno da parte, per questo è costantemente tormentato dal pensiero di dover rimanere a casa invece di raggiungere i suoi colleghi nell’impegno di risposta alla crisi. In questi giorni prega “che tutto finisca con perdita minima di vite umane”.

La trentasettenne Tina è autrice e relatrice di incontri. Vive in Germania dove, da quando è risultata positiva al coronavirus lo scorso 18 marzo, si sente curata in modo “perfetto” dallo Stato tedesco e dai suoi vicini del quartiere.

La malattia non la spaventa, anche se ha avuto problemi respiratori per due settimane e si sente molto debole. Da quando ha iniziato a riprendersi, un pensiero si è radicato nella mente: vorrebbe che le persone continuassero ad essere reciprocamente attente e premurose anche dopo che il coronavirus sarà sconfitto. E prega per questo.

Pedro, 46 anni, è una montagna d’uomo, energico ed esuberante, con un cuore che sembra immune all’invecchiamento. È perdutamente innamorato di sua moglie e nutre amore profondo per i loro due figli: Adaia e Johan, rispettivamente di 19 e 18 anni. Pedro è felice di servire come pastore. Sua moglie è stata la prima a contrarre l’infezione, seguita presto da Pedro e poi da Adaia. Johan non ha sintomi ed è isolato nella sua camera. “Pensavo di aver contratto una forma lieve della malattia, ma i sintomi sono peggiorati dopo sette giorni” afferma Pedro.

Proprio quando si preparava mentalmente al recupero, si è reso conto che la situazione precipitava. “Ci sono stati momenti di grande preoccupazione. Una notte ho iniziato a sentire di non avere più ossigeno, non riuscivo più a respirare” racconta. La sua unica e disperata reazione è stata: “Dio, eccomi qui, nelle tue mani”.

“Ho provato a parlare con Pedro lo scorso fine settimana” spiega Nore Iacob “ma non è stato possibile a causa delle sue condizioni generali. Ha perso sette chili. Avevo chiesto al past. Pedro quale fosse la sua priorità nella preghiera. Mi aveva risposto: ‘Prego per i miei genitori, hanno 80 anni e vivono soli nel sud della Spagna’”. La situazione familiare ha influenzato la vita della figlia Adaia. “La mia relazione con Dio è in crescita” afferma la giovane “Il modo in cui considero la Bibbia e il modo in cui parlo con i miei amici non è lo stesso di prima; penso che sto crescendo come persona”. Poi aggiunge: “Dio non punisce. Fa tutto con amore e non è l’autore delle nostre catastrofi”.

Giusi, 56 anni, è una donna vivace, come lo sono di solito gli italiani, aggiungerebbero alcuni, ma forse anche un po’di più. Madre single di due giovani di 29 e 23 anni, Giusi è assistente sociale e mediatrice, consulente in un hospice per malati terminali e si occupa di iniziative di consulenza per minori, vittime di violenza domestica e abusi sessuali. Nel tempo che le rimane svolge lavori di traduzione dallo spagnolo e scrive.

Il 14 marzo ha manifestato i primi sintomi di Covid-19. Non temeva la malattia, piuttosto la prospettiva del ricovero. “Non avevo paura, non avevo mai pensato di dire a Dio ‘Perché io?’. Ho sempre avuto in mente il concetto ‘Perché non io?’. Credo che essere cristiani non significhi essere esenti da queste situazioni, bensì affrontarle con la convinzione che Dio è con te nella tempesta”.

Maurizio ha 59 anni e lavora nell’ospedale di Bergamo con sua moglie Luisa di 56 anni. Ha mostrato i primi sintomi Covid il 4 marzo: febbre, poi dispnea e la difficoltà respiratoria peggiorava di continuo. L’11 marzo ha dovuto chiamare l’ambulanza. Non era riuscito a salutare la moglie e il figlio quindicenne quando è stato portato via, e nel cuore aveva il timore di non rivederli mai più. “In ospedale” dice Maurizio “ho visto puro terrore”. Con le maschere per l’ossigeno sul viso e in attesa in fila, le persone erano spaventate da ciò che i medici avrebbero potuto dire nelle ore successive.

Maurizio è tra coloro che sono stati dimessi. Ora è a casa in isolamento. Ha ancora difficoltà a respirare e di notte usa la maschera per l’ossigeno. “Non sottovalutate il virus, può colpire chiunque, nessuno dovrebbe giocare al supereroe. Mantenete la distanza sociale!” esorta Maurizio che conclude “Qualcosa è cambiato dentro di me”.

“La cosa più difficile e triste è che non ho potuto vedere mio marito fino a quando non è tornato dall’ospedale dopo 13 giorni” afferma Luisa. Nel frattempo è risultata anche lei positiva al tampone. Non sa se sia stata infettata in ospedale o da suo marito o da qualcun altro. Tante persone intorno a lei si ammalavano. Luisa desidera mantenere per tutta la vita il modo di pensare che ha ora. Non vuole più lamentarsi del fatto che le visite di familiari o amici le prendevano troppo tempo. “Questa esperienza mi ha aiutato a capire l’importanza e la bellezza del tempo trascorso con i propri cari” spiega.

A Malmbäck, in Svezia, vive Rebecka. È romena, ha 52 anni ed è sposata con Thomas, svedese di 67 anni. Rebecka sospetta di aver contratto il virus in treno. A sua volta, poi, lo ha trasmesso al marito. Aveva oltre 40 di febbre ed era senza forze quando è stata trasportata d’urgenza all’ospedale di Jönköping, con l’ambulanza di emergenza. “Non riuscivo a pensare granché. Non ho potuto mangiare per diversi giorni, ho continuato ad avere la febbre, la tosse e mi sentivo male” racconta. Dopo aver iniziato a riprendersi, Rebecka afferma: “Hai tempo per riflettere, hai tempo per pensare di più a Dio e pregare di più per la famiglia, i propri cari, il mondo. Purtroppo penso che presto noi umani dimenticheremo ciò che abbiamo passato, ma spero davvero di poterlo portare con me, senza Dio non sono niente”.

Quando Rebecka è stata dimessa dall’ospedale, Thomas era già molto malato: “Febbre, tosse e appena mi alzavo cominciavo ad ansimare. È stato molto doloroso. Sembrava che la tosse non sarebbe mai finita”. Non aveva paura ma sentiva che la Covid-19 prosciugava tutte le sue risorse. È sicuro che senza l’aiuto di Dio non avrebbe superato la malattia. “In futuro confiderò di più in Dio” chiosa.

Una storia a cui possiamo associare un volto si imprime nel cuore. È vero anche l’inverso, “un volto al quale possiamo associare una storia diventa più che una semplice immagine; un ritratto, diventa una persona” conclude Iacob. E i protagonisti di queste storie “hanno capito di non avere soltanto un’esperienza in comune, ma anche un messaggio”.

Guarda il video #dearcoronavirus 3, #GodIsWithUs.