sabato, Giugno 15, 2019
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Gli avventisti e la guerra. 100 anni dopo l’Armistizio dell’11 novembre 1918

Nel secolo trascorso da allora ci sono sempre stati conflitti in qualche parte del mondo. Desideriamo il tempo in cui non si combattano più guerre. Nel Regno Unito, la Chiesa ha piantato il giardino della pace.

Victor Hulbert/Notizie Avventiste – Era stata definita “la guerra per porre fine a tutte le guerre”. Purtroppo, la storia racconta un’altra storia. Nella Prima guerra mondiale sono morti 17 milioni di soldati, e 21 milioni sono stati i feriti, eppure l’Imperial War Museum di Londra documenta che, da allora, ogni anno ci sono stati conflitti armati che hanno ucciso circa 187 milioni di persone.

Questa settimana il mondo guarda indietro a 100 anni fa, al giorno dell’armistizio, l’11 novembre 1918, e alla fine della Grande guerra. Come cristiani avventisti riconosciamo che la guerra e le voci di guerra sono uno dei segni della fine del mondo. Che si tratti della Prima guerra mondiale, della Siria o dello Yemen, dobbiamo ancora assistere all’orrore della disumanità dell’uomo verso l’uomo; desideriamo il tempo in cui la guerra non ci sarà più, quando Dio, come ha promesso nell’ultimo libro della Bibbia, in Apocalisse 21, farà nuove tutte le cose.

Ma fino ad allora, come reagiamo?

Posizione della Chiesa
Gli avventisti hanno generalmente una posizione pacifista. Quattro anni fa, al centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale, il past. Ted Wilson, presidente della Chiesa avventista mondiale, scrisse un articolo sulla rivista Adventist World dal titolo “Combattere: gli avventisti dovrebbero servire nell’esercito?”.

“Come avvenne con altre questioni difficili, i leader pionieri studiarono i problemi usando la Bibbia come loro guida” afferma nell’articolo “e conclusero che la posizione più coerente con i principi biblici era quella di non combattenti (l’obiezione di coscienza a portare le armi). La ragione principale di questa posizione era che gli avventisti che prestavano servizio nell’esercito degli Stati Uniti sarebbero stati costretti a compromettere la loro lealtà verso Dio se avessero obbedito ai comandi dei loro ufficiali. I due comandamenti biblici più direttamente coinvolti erano il quarto, osservare il sabato, e il sesto, non uccidere”.

Gli avventisti britannici aggiunsero un’altra ragione principale quando furono chiamati al servizio attivo durante la Prima guerra mondiale. Il lavoro di William George Chappell era vendere pubblicazioni cristiane. Fu chiamato in tribunale a Brynmawr, nel Galles meridionale, il 25 marzo 1916. Nel suo atto di ricorso dichiarò che “poiché sono un avventista del settimo giorno, sono contrario alla guerra”. Poi, evidenziando i testi biblici a sostegno della posizione pacifista, affermò che riteneva più importante per lui “andare a predicare il vangelo” piuttosto che essere coinvolto nella guerra. Com’era prevedibile, il tribunale non fu d’accordo, affermò che il suo lavoro non era “di importanza nazionale”  e lo esentò soltanto dal servizio di combattente.

Come puoi uccidere le persone con le quali dovresti condividere il vangelo? Era questa la visione quasi unanime della Chiesa avventista britannica.

In alcune altre parti dell’Europa, l’obiezione di coscienza non era un’opzione. In quei Paesi, la vita era più difficile e gli avventisti, i quaccheri e altri gruppi tradizionalmente pacifisti dovettero spesso entrare nell’esercito, sebbene molti cercassero ruoli che non richiedessero l’uso delle armi.

Circa 130 avventisti britannici divennero obiettori di coscienza durante la Grande guerra. Alcuni servivano in unità non combattenti, altri finivano in prigione. Tutti colsero l’opportunità di dare una buona testimonianza del loro essere cristiani.

Testimonianze
Elizabeth Yap scrive di suo nonno metodista, Gilmour Dando, detenuto nel carcere di Dartmoor come obiettore di coscienza. “Mentre era lì, conobbe un altro prigioniero che era avventista. Non era permesso che i detenuti parlassero tra loro, ma successe che a entrambi fu dato il compito di pulire la cella l’uno dell’altro. Di conseguenza, mio nonno poté lasciare ‘note’ scritte con una pietra gessosa sui muri di mattoni della cella di quest’uomo. Vi fu quindi un accordo che permetteva al nonno di fare domande sul sabato a cui il suo amico era libero di rispondere nello stesso modo, nella cella di mio nonno. Fu così che il nonno si convinse del sabato e, una volta finita la guerra, divenne avventista del settimo giorno”.

Le attività di testimonianza di obiettori di coscienza, in Francia e altrove, sono state talvolta riportate nella rivista Missionary worker. Altri racconti condividevano le esperienze di osservanza del sabato come risposte alla preghiera.

Non tutte le preghiere furono esaudite come si sperava e il film documentario A Matter of Conscience racconta la storia di 14 giovani puniti fino “a un soffio dal perdere la vita” perché si erano rifiutati di lavorare di sabato. Dopo la guerra, molti di quel gruppo diventarono leader nella Chiesa avventista nel Regno Unito e in tutto il mondo.

La loro esperienza nella Prima guerra mondiale e la loro testimonianza coerente portarono frutto quando il governo britannico si preparava alla Seconda guerra mondiale. Le discussioni con l’ufficio della guerra permisero agli avventisti di ottenere esenzioni dal servizio militare fintantoché fossero stati coinvolti in lavori di importanza nazionale. Il past. H. W. Lowe afferma: “Nel corso degli anni ho riflettuto spesso sulle prove della vita che al momento sembrano così inesplicabili. È in quei momenti che gli atti di lealtà diventano i semi sparsi perché un altro possa mietere”.

Esperienze simili possono, senza dubbio, essere narrate in molti luoghi diversi. Sakari Vehkavuori racconta come, durante la guerra civile del 1918 in Finlandia, il suo bisnonno, Viktor Ståhlberg, chiese di salvare la vita dei prigionieri che sarebbero stati uccisi per vendicare la morte illegale di suo figlio e di altri nove giovani dell’esercito avversario. Ruppe il ciclo della vendetta predicando il vangelo e lanciando la sfida: “Ora basta, questo macello deve finire; non potete uccidere nessun rosso per vendicare la vita di mio figlio, nemmeno uno” (Leggi l’intera storia: Il perdono è più forte della vendetta).

Ståhlberg mise in pratica le parole dell’apostolo Pietro: “non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione” (1 Pt 3:9).

Giardino della pace
Dopo cento anni di guerra costante in qualche parte del mondo, forse la nostra unica speranza è quella offerta dalla Scrittura: “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina” (Lu 21:28).

Eppure, mentre aspettiamo il grande giorno, abbiamo anche una missione di pace, una missione di condivisione del vangelo e una missione di offrire speranza. Invece di un memoriale di guerra, gli avventisti britannici hanno piantato un giardino della pace, per ricordare quegli obiettori di coscienza di 100 anni fa, ma anche un luogo in cui i visitatori possano riflettere sulla pace che Cristo può portare nei nostri cuori, anche in tempi di sofferenza e difficoltà.

Il past. Ian Sweeney, presidente dell’Unione avventista britannica, afferma che “siamo cittadini di due regni, ma quando questi si scontrano, il regno di Dio deve avere la priorità”. L’impegno di quegli “eroi alternativi” di 100 anni fa, potrebbe essere di ispirazione per noi, nella nostra vita, per onorare ulteriormente le parole di Gesù: “Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Gv 14:27). (lf)