mercoledì, Novembre 20, 2019
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Gesù esplosione di vita. Redenzione cosmica

Francesco Zenzale – Il carattere unico della razza umana risiede nel fatto che è stata creata a immagine di Dio (Genesi 1:27). Tuttavia siamo venuti all’esistenza dalla “polvere della terra”, alla quale Dio ha soffiato la vita (2:7). Ciò significa che siamo legati alla terra e a tutto ciò che essa può offrirci per vivere e apprezzare l’amore di Dio. In tal senso, le prime indicazioni riguardano il rapporto con altri esseri viventi e l’alimentazione (1:28-29), quindi la gestione della terra e degli animali (1:26).

Dio pose l’uomo “nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse” (2:15). Quest’unica e indescrivibile esperienza è stata destabilizzata dal peccato. La terra e tutto ciò che consentiva un’esistenza serena subirono un’alterazione. Il testo biblico evidenzia che il suolo fu stato maledetto a causa dell’uomo, rilevando le seguenti conseguenze: “ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai” (3:17-19).

È doloroso osservare come la terra sia diventata oggetto di fatica, sudore e sofferenza. Un’impensabile trasformazione! Quello che era molto buono, distensivo ed eufonico con il cielo (1:31) diventò un azzardo esistenziale. La polvere dalla quale Dio creò l’uomo, infondendogli l’alito vitale (2:7), ora torna alla terra. Ciò che doveva esistere per sempre, sfocia nella non esistenza. L’uomo che è stato tratto dalla materia, e tributato di vita, torna nell’oblio. La terra è divenuta la culla dell’inquietudine e dell’inconsistenza.

Anche la terra soffre e spera! È stanca di produrre spine e rovi, di aprirsi alla morte ospitando lacrime inquiete e avvilite. Scrive l’apostolo Paolo: “la creazione geme ed è in travaglio» e «vive» nell’attesa della redenzione «per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio” (Romani 8:19-22). Parole di speranza estensiva, che esprimono l’idea che la salvezza coinvolga compiutamente la creazione. La riconciliazione uomo-Dio, in Gesù Cristo, implica il ricongiungimento della terra al “mondo” di Dio. All’uomo spirituale, glorioso, incorruttibile (1 Corinzi 15:42-54) corrisponde la terra riabilitata e bonificata (Apocalisse 21:1; Matteo 19:28; Isaia 11:9).

Questa speranza escatologica fluisce anche in una delle più sublimi raffigurazioni contenute nella parola di Dio. In Isaia 35 si legge che il “deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa; si coprirà di fiori, festeggerà con gioia e canti d’esultanza; le sarà data la gloria del Libano, la magnificenza del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio […] delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari;  il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata la via Santa” (vv.1, 2, 5-8).

Credo che Dio non potesse accettare che una particella (la terra) dell’universo andasse perduta per sempre. L’amore di Dio non poteva rimanere sporcato dall’idea del fallimento. Per smacchiare il cosmo da questa necrosi, Dio aveva due possibilità. Eliminare la terra e i suoi abitanti con un atto violento, ponendo fine, simultaneamente, all’esistenza di Satana e dei demoni; oppure riconciliare il mondo a sé con un inenarrabile atto d’amore. Nella prima soluzione, tu e io non staremmo qui a parlarne e facilmente, il dubbio, sulla bontà di Dio, si sarebbe incuneato in altre dimensioni dell’universo (Ebrei 11:3).1 Conseguentemente il peccato poteva riemergere in altre realtà. Nella seconda soluzione, esistiamo con la possibilità di scegliere cosa fare della nostra vita, di accertare l’annientamento del male e della morte, di vedere la terra restaurata ricongiunta al regno di Dio e di risiedervi (Apocalisse capitoli 21 e 22).

Il modo in cui Dio ha scelto di riappropriarsi di ciò che gli apparteneva (Genesi 1; Salmo 24:1) è inspiegabile e sorprendente: abitando l’umanità (Giovanni 1:1-2, 14), intraprendendo un percorso che poteva risultare un insuccesso. Infatti, dopo tempestose e viscide tentazioni (Matteo 4:1-11), a conclusione della sua umana esistenza, nell’orto degli ulivi e di fronte al dramma del supplizio, Gesù invita il Padre ad agire diversamente (Luca 22:42). Ma non ci sono mai state alternative alla croce. La luttuosa e definitiva separazione dal regno di Dio, doveva essere sconfitta da chi come uomo aveva dichiarato di essere la risurrezione e la vita (Giovanni 11:25; 14:6). La morte doveva essere ingurgitata per sempre da un’innocente esistenza. In tal senso, la risurrezione di Cristo è una deflagrazione di vita universale. “La morte è stata sommersa nella vittoria” per sempre (1 Corinzi 15:54; Apocalisse 21:4). “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione” (2 Corinzi 5:19).

Riconciliazione è una parola osteggiata dall’indifferenza, dal rancore, da dolorosi ricordi, dalla prevaricazione, dall’incapacità di perdonarsi e perdonare, e di camminare congiuntamente con l’altro. È anche sgradevole perché esprime capacità di osservazione, di mettersi in discussione, di comunicare e di ricevere lezioni di vita dalla natura e dal regno animale. E noi non abbiamo tempo per ritrovarci e vivere in armonia con il creato. Proviamo a prenderci cura di ciò che il Signore ci ha affidato. Cerchiamo di lenire la sofferenza della terra rispettando l’ambiente. L’esistenza umana dipende intimamente dall’habitat in cui viviamo.

Nota
1 È meraviglioso osservare come anche gli angeli, collaboratori di Dio in favore dei credenti (Ebrei 1:7; Apocalisse 22:9), cercano di incunearsi nel mistero redentivo per cogliere l’inafferrabile amore divino. Gli angeli “bramano penetrare con i loro sguardi” (1 Pietro 1:12).

Pubblicato in omaggio e memoria dell’autore.