mercoledì, Novembre 20, 2019
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Gesù esplosione di vita. Il gioco delle parti

Francesco Zenzale – Spesso facciamo fatica ad accettare il fatto che qualcuno possa veramente interessarsi a noi senza pretendere nulla in cambio. Ancora oggi, a distanza di millenni, ci troviamo di fronte a una religiosità contraddistinta dal rifiuto di un gesto d’amore disinteressato. Tendiamo a credere che Dio non possa redimerci se noi non facciamo la nostra parte. In altre parole, una relazione salvifica concepita dal “tu mi dai e io ti do”. In qualche modo questo genere di relazione è impresso nel nostro modo di essere. A ogni gesto deve coincidere una reazione correlata. Non ci accontentiamo di un semplice grazie, pretendiamo un riconoscimento concreto, diversamente ne va di mezzo il rapporto. Questo modo di fare tende a intrappolare l’altro, perché presuppone un ristorno soddisfacente. L’amore che tanto decantiamo in fondo non è poi così disinteressato.

Dio non fa parte di questo gioco delle parti. Egli è amore e non pretende nulla.

Un giorno Gesù guarì dieci lebbrosi; a distanza di poco tempo, solo due ritornarono per ringraziarlo, gli altri otto continuarono a vivere liberamente. Gesù non li indusse a giustificare il loro scortese comportamento, proseguì per la sua strada senza essere turbato dal loro comportamento, ma contento perché tutti erano tornati a vivere in un contesto sociale che prima era loro negato.

Al buon ladrone, Gesù non chiese nulla in cambio dell’offerta paradisiaca. Vi fu una richiesta, espressione di fiducia e di accettazione di Gesù come Messia-Re, quindi la risposta de-angosciante: “tu sarai come me in paradiso”. Il ladrone era privo di qualsiasi contropartita, accettò la promessa, rimase ancora per qualche tempo a contemplare Gesù, ascoltò le sue ultime parole: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio” (Luca 23:46) e poi morì nella beata speranza del regno di Dio.

Alla peccatrice che stava per essere lapidata, dopo averla perdonata, Gesù dice: “va’ e non peccare più» (Giovanni 8:11). Questa ingiunzione non deve essere compresa come se il perdono richiedesse una ricompensa redentiva, ma come un invito a migliorare la qualità della vita. Continuare a vivere come prima implicava un modus vivendi frustrante, privo di significato; inoltre, secondo legge di Mosè, la lapidazione. La guarigione disinteressata del paralitico di Bethesda chiarisce questo pensiero: “Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: ‘Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio’” (Giovanni 5:14).

È possibile che anche oggi molti credenti meritino lo stesso richiamo che Paolo rivolse ai credenti della Galazia. “O Galati insensati, chi vi ha ammaliati, voi, davanti ai cui occhi Gesù Cristo è stato rappresentato crocifisso? Questo soltanto desidero sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito per mezzo delle opere della legge o mediante la predicazione della fede? Siete così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne?” (Galati 3:1-3).

Paolo prosegue nella sua lettera evidenziando che la redenzione non prevede nessuna contropartita, perché “la grazia, dono di Dio, non è un espediente pubblicitario: è assolutamente, completamente gratuita. Tutto quello che dobbiamo fare è accettare questo scambio straordinario: cediamo la nostra vita peccaminosa e riceviamo in cambio la vita perfetta di Gesù. Non dobbiamo guadagnarci il cielo facendo qualcosa: il perdono, la vita eterna sono nostre per quello che Gesù ha fatto per noi. Questa è veramente una buona notizia. Forse molti di noi hanno paura di manifestare la gioia della libertà che otteniamo in Cristo, perché temono che un dono gratuito ci porti a sottovalutarne il costo. Ma proprio la sua completa gratuità rende il dono di Gesù niente meno che lo scambio più costoso dell’universo. ‘Sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia’ (1 Pietro 1:18,19)”- C. Klingbeil, Il Messaggero Avventista – Settimana di preghiera 2010, sez. mercoledì, Ed. Adv, Impruneta (Firenze).