domenica, Marzo 24, 2019
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Gesù esplosione di vita. Caino e Abele

Francesco Zenzale – “Un giorno Caino parlava con suo fratello Abele e, trovandosi nei campi, Caino si avventò contro Abele, suo fratello, e l’uccise” (Genesi 4:8).

Dopo l’allontanamento dall’Eden, che simbolicamente indica il confine fra quello che era e ciò che non è più possibile, vale a dire esistere (cfr. Genesi 3:19), i nostri progenitori vivono la dolorosa esperienza della morte e dell’abbandono: la morte del figlio Abele e l’abbandono di Caino. Anche Dio lascia con sofferenza l’Eden per stare al passo con l’uomo e con le sue odissee (cfr. Genesi 4).

Il modo in cui i due fratelli si muovono verso Dio evidenziano due elementi spirituali divergenti. Il percorso di vita di Caino (in ebraico Qayin, produrre, creare, acquisire) è vissuto nella superficialità, nella disarticolazione dall’altro e da Dio, e rappresenta il primo gesto inconciliabile con la grazia. Quello di Abele è realizzato nella consapevolezza dello status di peccatore e dell’accettazione della grazia di Dio.

L’offerta di Caino si pone in termini di do ut des o do ut facias, dove la grazia è a fronte di un sacrificio, di un servizio o di un’opera. Il modus operandi di Caino non fluisce dalla sola grazia (cfr. Efesi 2:4-10), ma è parte attiva della salvezza, determinando un impoverimento del sacrificio di Cristo. Perché le osservanze, le preghiere, i digiuni, le offerte, ecc. acquistano un valore magico-salvifico. In altre parole, la salvezza per grazia è coadiuvata dalla pratica religiosa, cultuale, la quale acquisisce un valore redentivo.

Al contrario, il sacrificio di Abele (in ebraico Hébel, soffio, vanità) è espressione della “sola grazia” quale dono unico ed esclusivo di Dio. Nell’offerta di Abele, si coglie la gratitudine come risposta alla grazia. Egli aveva afferrato che solo Dio poteva porre fine al dramma del peccato. “Per fede Abele offerse a Dio un sacrificio più eccellente di quello di Caino…” (Ebrei 11:4).

La scrittrice cristiana Ellen White scriveva: “Abele aveva compreso i grandi princìpi della salvezza. Riconosceva di essere un peccatore: era cosciente della natura del male e della sua conseguenza più tragica, la morte. Capiva che tutto questo aveva creato una barriera fra lui e Dio. Uccise una vittima, sacrificò una vita: con questo atto, Abele riconosceva la validità della legge che era stata trasgredita. Nel sangue dell’agnello egli vide il sacrificio futuro, il Cristo che moriva in croce, sul Calvario. Manifestò la sua fede nella liberazione che il Messia avrebbe compiuto e questa, per lui, rappresentava la testimonianza più certa del fatto che era stato considerato giusto e che la sua offerta era stata accettata» – E.G. White, Patriarchi e profeti, Ed Adv, Firenze,1998, p. 56.