venerdì, Gennaio 18, 2019
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Daniele in breve. Conclusione

Francesco Zenzale – Eccoci al termine di questa serie di brevi riflessioni. Indubbiamente ci sono ancora tante parole che possono essere scritte e tante lezioni da apprendere, ma in quest’ultima riflessione conclusiva, vorrei brevemente soffermarmi sull’uomo Daniele. Sul modo come egli interagisce con i potenti, i re e gli amministratori e su come riesce a rimanere incollato a Dio, nonostante gli alti e bassi della sua “carriera politica”.

Daniele e i potenti, i re e i governanti
Sin dal primo capitolo si evince l’importanza di riconoscere le motivazioni malvagie da quelle buone che si celano dietro ordini o decreti. Nabucodonosor dispone che i prìncipi Israeliti siano trattati con riguardo, permettendo loro di avvalersi della mensa reale. Questo consueto gesto, per quanto nobile, pone Daniele e i suoi compagni in difficoltà riguardo al secondo comandamento (cfr. Es 20:4-6), perché gli alimenti erano offerti alle divinità babilonesi e poi mangiati. Daniele, pur comprendendo che nel gesto del re non c’era nulla di malvagio, agisce con diplomazia e accortezza (cfr.Da 1:8-16).

Al contrario, nel sesto capitolo, di fronte all’arroganza dei perfidi satrapi, apre le finestre e prega il Signore, non lasciandosi in alcun modo asservire. Come i suoi amici nel terzo capitolo, Daniele sfida apertamente il decreto del re Dario, sapendo che era stato escogitato da governatori invidiosi, desiderosi di eliminarlo. Ciò significa che non sempre le leggi (o i decreti) che emana uno Stato o un’organizzazione, per quanto contradditorie, fruiscono da un cuore disumano. Pertanto, è logico agire con perspicacia e non urlare “attenti al lupo”, come se quella legge fosse stata emanata con l’intenzione di ferire i figli di Dio o la chiesa. A qualsiasi livello politico e religioso ci sono uomini e donne che lottano per i diritti umani. Questi agiscono per il bene della comunità sociale. Non sono satrapi malvagi.

Daniele, con l’aiuto di Dio, oltre a cogliere ciò che animava ogni azione politica, aveva imparato ad amare il re Nabucodonosor, suo nipote Baldassare il sacrilego, la regina madre, Dario il Medo e tutti quelli che, nel bene e nel male, facevano parte del suo entourage. Pregava per loro e li presentava a Dio affinché fossero benedetti nei loro rispettivi bisogni. Gesù invita i credenti ad amare i propri nemici e a pregare per chi perseguita (cfr. Mt 5:44).

Daniele e Dio
Sin dall’inizio della sua esperienza alla corte di Babilonia, in Daniele si coglie un’intensa maturità spirituale. Nonostante le difficoltà, aveva dato spazio, con impegno e dedizione, a uno dei più importanti bisogni dell’uomo, quello di trascendenza. Al culmine della sua esperienza spirituale, Dio stesso riconosce di avere a che fare con un uomo che non riesce più a staccarsi da lui. Con parole e atteggiamenti diversi, ogni giorno della sua vita lottava con Dio, implorandolo: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!” (Ge 32:36). Dopo anni d’intensa e variegata comunione con il cielo, Dio si “arrende”, si “innamora” di Daniele e decide di aprirgli il cuore, chiamandolo “uomo grandemente amato” (Da 10:11, 19).

Dio era orgoglioso di Daniele, come lo è stato di Gesù-uomo (Mt 3:17; 17:5) e come vorrebbe esserlo di ciascuno di noi. Spesso diamo poca importanza a questo nostro bisogno di Dio. Di trascendere l’umana esistenza e di favorire la nostra cittadinanza celeste (cfr. Fl 3:20). Di imparare a vivere tra il cielo e la terra, di avere un gran desiderio di andare incontro a Dio e di rimanere su questa terra (cfr. Fl 1:23-26). Essere in questa tenda e non esserci, spogliati e rivesti d’incorruttibilità (cfr. 2 Cor 5:1-10; 1 Cor 15:42-50).

Purtroppo, diamo molto più importanza a bisogni, come quelli fisiologici di appartenenza, di affetto, di autostima, ecc., che per quanto siano fondamentali per vivere, non dovrebbero prevalere su quello che sta alla base della stessa esistenza: il bisogno di Dio, di esistere in chi è la sorgente e il sostenitore della vita (cfr. At 17:28; Mt 6:25-34).

Abbiamo bisogno di interiorizzare la grazia salvifica, la quale “ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Ti 2:12-13).