sabato, Gennaio 19, 2019
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Daniele in breve. Abominazione della desolazione

Francesco Zenzale – “Quando dunque vedrete l’abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!)” (Mt 24:15). “Dal momento in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà rizzata l’abominazione della desolazione, passeranno milleduecentonovanta giorni” (Da 12:11).

“Abominazione della desolazione”. Questa espressione ricorre per la prima volta nel libro di Daniele (8:13; 9:26-27; 11:31).

La linea esegetica che ritiene che questa profezia si sia attualizzata con la feroce repressione eseguita da Antioco Epifane a Gerusalemme, di ritorno dalla seconda campagna in Egitto nel 168 a.C., non è attendibile, perché Gesù, in Matteo 24, ne parla come qualcosa che doveva ancora realizzarsi, anche se non si può negare che non ci sia stato un atto di profanazione del tempio.

È altrettanto doveroso ricordare che una feroce desolazione riguardo al santuario si era verificata, con la sua distruzione, per opera di Nabucodonosor nel 586 a.C. circa, ed era stata predetta dal profeta Isaia e anche da Geremia che a seguito di quest’angoscioso dramma, quale testimone vivente, scrisse le “Lamentazioni”.

L’interpretazione che vede la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. per opera dell’Impero romano, con la complicità degli zeloti, è plausibile, ma a condizione che si colga la doppia prospettiva, come il discorso profetico di Gesù prevede. In tal senso, oltre al significato letterale, è importante capire quello soteriologico ed escatologico. Ciò significa che l’abominazione della desolazione letterale fa da sfondo a quella spirituale.

Cerchiamo di capire.

I testi di riferimento narrano che questo cruento gesto è legato al santuario, precisamente al tamîd (al sacrificio quotidiano, cfr. Da 8:11-12; 11:31). Il santuario, nel suo complesso architettonico e liturgico, non aveva alcun valore se si esclude il suo significato tipologico (cfr. Eb 10). Infatti, esso rappresentava il piano della salvezza e il cammino della comunità dei credenti verso la beata speranza. Il primo insegnamento è illustrato dal sacrificio continuo (tamîd) e dai sacrifici liberatori. Il secondo dal luogo santo, al quale Gesù fa riferimento in Matteo 24:15 (ν τόπ γί). Questo significato spirituale e comunitario è stato violato, profanato, dal potere ostile a Dio, come descritto in Daniele 7, 8, 11 e 12.

Ciò significa che la trasgressione che promuove la desolazione si realizza su due piani.
Quello verticale in relazione a Cristo e alla sua opera redentrice (cfr. Da 8:11-12, 25; 11:36-38). L’attività devastatrice, esplicitata mediante un servizio cultuale caratterizzato principalmente dal sacrificio rinnovabile di Cristo, durante la celebrazione eucaristica (la messa), dalla salvezza per opere e dall’intercessione dei santi, è contrapposta alla salvezza per grazia e all’unica e inimitabile intercessione di Cristo quale sommo sacerdote (Ro 5: 1-3: Ef 2: 4-10; Eb 5, 7, 8, 9 e 10).
Quello orizzontale in rapporto ai figli di Dio (la chiesa) i quali sono perseguitati dal potere ostile raffigurato dal piccolo corno o dal re del settentrione (cfr. Da 8:10, 25; 11:33-35; anche 7:25).

Questi due ambiti dell’attività sacrilega e desolante del potere ostile a Dio e alla sua grazia non devono essere considerati come l’uno il prolungamento dell’altro, come se la chiesa, quale corpo di Cristo, avesse una funzione salvifica. L’insegnamento della chiesa estensione dell’opera salvifica di Cristo, presente nella comunità cattolica e in alcune chiese evangeliche dall’energico richiamo fondamentalista, è anche espressione dell’attività devastatrice e desolante del piccolo corno. La chiesa, benché devastata e perseguitata, non ha il monopolio della salvezza, non può mai affermare di essere l’estensione di Cristo in termini redentivi, ma solo di testimonianza e di attuazione del vangelo, secondo i parametri enunciati da Cristo nel sermone sul monte (Mt 5-7) e in Matteo 25:31-45 . In altre parole, non c’è salvezza nella chiesa, ma al di fuori di essa, ovvero in Cristo.

“Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Gv 3:16). “E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati” (At 4:12).