lunedì, settembre 24, 2018
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Daniele in breve. Sconvolse il luogo del suo santuario (seconda parte)

Francesco Zenzale – “Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm 5:10).

Avendo definito il significato della frase “il luogo del suo santuario”, in questa breve riflessione, cerchiamo di comprendere che cosa effettivamente è stato sconvolto nell’ambito della riconciliazione. Gli elementi tipologici presenti nel cortile, dove era collocato il santuario, che esplicitano il concetto di riconciliazione sono diversi e conseguenti.

La porta. Vi era una sola porta di accesso al cortile: luogo della riconciliazione e del santuario. La porta rappresentava Cristo (Gv 10:7-10). Ciò significa che l’unico accesso alla salvezza passa attraverso la sua persona. Infatti, sta scritto che “in nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (At 4:12). Questo insegnamento è stato inquinato da un’infinità di uomini e donne che, dopo la loro morte, sono state beatificati e collocati nel cielo con l’esercizio di coadiuvare Cristo nell’opera di riconciliazione. Questo primo atto del piccolo corno ha allontanato Cristo dalle persone, defraudandolo della sua unicità riconciliante, caratterizzata dal rapporto personale con il peccatore (2 Cor 5:18-19; Col 1:22).

La confessione. Attraversando la porta, una volta entrato nel cortile, il penitente, avendo con sé l’agnello per il sacrificio, esponeva il suo peccato vicino all’altare dei sacrifici (1 Gv 1:8-10). Anche questo insegnamento è stato sconvolto. Infatti, la confessione è stata elevata a “sacramento”, come se avesse in sé qualcosa di magico che infonde grazia per il solo fatto di compierlo (ex opere operato). Inoltre, l’opera di ascolto e di proscioglimento è esercitata dall’uomo/sacerdote. Questi ha l’autorità di valutare la gravità della fragilità umana, di stabilirne la penitenza e di assolvere il peccatore. Questa luttuosa azione, come la precedente, ipotizza sia l’inadeguatezza dell’uomo di arrivare a Dio senza intermediari, sia l’impossibilità di Dio di avvicinarsi all’uomo a causa della sua santità in contrasto con la pochezza della sua creatura. Pertanto la rivelazione della sua misericordia e del suo amore, in Gesù Cristo, risulta insufficiente, conseguentemente necessita di essere mediata dall’uomo/sacerdote. Ma secondo la Parola di Dio, Cristo è l’unico “mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2:5), l’unico che possa assolvere i nostri peccati e salvarci pienamente (Eb 7:22-25). Perciò, “accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia [di Dio], affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per essere soccorsi al momento opportuno” (Eb 4:14-16).

L’altare degli olocausti. Il sacrifico per il peccato. Dopo aver confessato i peccati, l’olocausto veniva immolato sull’altare dei sacrifici. Cristo Gesù è l’agnello di Dio che è morto per noi (Gv 1:29; 3:16; 1 Pt 1:18-19). A differenza dei sacrifici che si offrivano ripetutamente, che non potevano mai togliere i peccati, se non nella prospettiva messianico-profetica, il sacrificio di Cristo è unico, perfetto e per sempre (Eb 10: 1-12; 9:12-14, 24-28). Il piccolo corno ha scompigliato anche questo irripetibile atto salvifico, mediante “il sacrificio della messa”, che è sostanzialmente lo stesso sacrificio della croce. Definito teologicamente con il termine “transustanziazione”, esso consiste nella totale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo, in forza delle parole della consacrazione pronunziate dal sacerdote nella messa. Anche in questo scompiglio “del luogo del suo santuario”, l’uomo/sacerdote funge da mediatore fra l’uomo e Dio, perché solo lui, con le formule di rito, può trasformare i simboli in Dio stesso.

La conca di rame. Una volta offerto il sacrificio, il sacerdote, prima di entrare nel luogo santo, faceva le abluzioni di purificazione con l’acqua contenuta nel bacino di rame (o bronzo). Questo simbolico gesto rappresentava il battesimo quale espressione della nuova nascita e dell’accettazione della persona e dell’opera di Cristo (Gv 3:5; At 2:41; Rm 6: 3-5). Secondo la Parola di Dio questa pubblica testimonianza si espleta mediante l’immersione. Infatti, il termine battezzare, dal greco baptizo, significa immergere, tuffarsi. Anche questa espressione d’amore per Dio è stata manipolata. Infatti, il battesimo viene somministrato mediante aspersione sui bambini piccoli che non sono consapevoli della loro fragilità, e quindi soggetti a ravvedimento, e non in grado di comprendere gli insegnamenti di Cristo e di scegliere di seguirlo (Mt 28:19-20).

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