lunedì, settembre 24, 2018
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Daniele in breve. Il Messia–principe

Francesco Zenzale – Il Mashiach, l’unto o il consacrato, che sarebbe stato soppresso (leggi la riflessione del 13 febbraio http://news.avventisti.it/daniele-breve-un-unto-sara-soppresso/) non è una persona qualunque, un teologo o un sacerdote, ma un Nagîd, un principe o un capo – letteralmente: colui che sta alla testa – (Da 9:25) dell’esercito celeste (Da 8:10-11), vale a dire di coloro che ritengono che la loro cittadinanza è nei cieli (Fl 3:20). Egli è capo eccelso della chiesa (Ef 1:22; Cl 1:18), verso cui “seguendo la verità nell’amore, si cresce in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Ef 4:15). Il Messia è il principe dei principi (Da 8:25) e dei re della terra (Ap 1:5).

La sua natura di principe tradisce la nostra idea di sovrano. Il nostro Nagîd non è irascibile, arrogante e tracotante, ma un principe-pastore che nutre il suo popolo (Mt 2:6) “imbandendo la tavola sotto gli occhi dei nostri nemici” e offrendo la “vita per le sue pecore” (Gv 10:11). In tal senso, dopo averlo risuscitato, Dio “l’ha costituito Principe e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e perdono dei peccati” (At 5:30-31).

Il nostro amato Mashiach Nagîd, è anche “Principe della vita” (At 3:15). Ciò significa che in lui era “la vita, e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1:4). Perciò, chiunque crede in lui “ha vita eterna” (Gv 3:15, 36; 11:25).

Secondo il profeta Isaia, oltre ad essere “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno” è anche “Principe della pace” (Is 9:5). Ciò significa che il benessere interiore, olistico, della persona si esprime in una serena relazione con Dio, con se stessi e con il prossimo (Mt 22:36-39). In tal senso il suo regno, benché non sia di questo mondo (Gv 18:36), fiorisce nel cuore del credente e della comunità (Lu 17: 21), realizzando un’attività innovativa in vista della beata speranza del ritorno di Cristo. Scrive l’apostolo Paolo: “La grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tt 2:11-13).

In virtù di questo suo attributo e della sua ineffabile e inimitabile opera, “Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra […] ha  fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1:5-6; cfr. 5:10; 20:6).