martedì, novembre 13, 2018
Home > Italia > Butterfly. Arriva in Italia la serie TV transgender

Butterfly. Arriva in Italia la serie TV transgender

L’identità sessuale tra polemiche e implicazioni etiche, culturali, mediche e antropologiche.

Roberto Iannò – Butterfly è la mini serie TV transgender in arrivo in Italia sul canale Fox e affronterà il delicato tema della disforia di genere, raccontando la storia di un bambino undicenne (Max) che si sente una femmina (Maxine). È anche la storia di come si adatteranno i delicati equilibri familiari alla sua transizione da maschio a femmina. A cominciare dal padre che, inizialmente, rifiuta l’idea che suo figlio è – o sarà – una figlia, e considera questa fase come transitoria. O della madre che invece sosterrà da subito i sentimenti del figlio/a. Ma anche la storia di come questi due genitori, separati, si riuniscano per affrontare la sfida di stare accanto a Max/Maxine per il suo bene.

Diverse associazioni di genitori però sono scese in campo per fermare quella che considerano una “propaganda gender” che promuove una concezione fluida dell’identità sessuale. Anche un recente articolo su TvZoom, un quotidiano online dedicato al mondo della televisione, ha sollevato alcune domande di fondo in merito a questa produzione, tra le quali: quant’è la consapevolezza di un minore nel compiere un passo tanto decisivo per la propria esistenza? Quanto è sicuro somministrare farmaci di tale portata a un bambino?

La Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno vuole mostrare empatia e comprensione verso chi vive situazioni di stress emozionale e sociale dovuto a chi prova la sensazione di essere “nel corpo sbagliato”. Nell’aprile 2017, la chiesa ha rilasciato una “Dichiarazione sul transgender” ufficiale nella quale, tra l’altro, si afferma: “Pur se le lotte e le sfide di coloro che si identificano come transgender hanno alcuni elementi comuni a quelle di tutti gli esseri umani, riconosciamo l’unicità della loro situazione e la limitazione della nostra conoscenza nei casi specifici”. Questo atteggiamento empatico deve necessariamente includere l’esclusione di atti di bullismo e scherno: “La Bibbia ordina ai seguaci di Cristo di amare tutte le persone… Questo include le persone transgender. Atti di scherno, abuso o bullismo verso le persone transgender sono incompatibili con il comandamento biblico: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’ (Mc 12:31)”.

Allo stesso tempo, alla luce dell’attuale dibattito, e dell’”apparente” ruolo socio-educativo-culturale che questa serie televisiva si propone di avere, vorremmo evidenziare alcune tematiche di fondo.

Implicazioni etico-educative. Il ruolo di Max è interpretato dall’attore Callum Booth-Ford, un ragazzino di 11 anni. È naturale domandarsi se l’interpretazione di un personaggio così ambivalente non possa non avere effetti sullo sviluppo psicologico dello stesso. L’attrice stessa che impersonifica la madre, Anna Friel, era preoccupata di come avrebbe reagito il ragazzo, ricordandosi degli effetti negativi che aveva vissuto quando, avendo interpretato il ruolo di una lesbica, aveva ricevuto molti insulti verbali. Ma si è ricreduta, trovando in Booth-Ford una grande maturità, che gli ha permesso di leggere il copione, comprenderne le implicazioni e non essere per nulla preoccupato delle reazioni che si sarebbero potute creare a scuola.

Abbiamo diversi motivi per pensare che questa affermazione nasca piuttosto da un bisogno auto-rassicurante di chi per mestiere fa l’attore, piuttosto che da una valutazione psico-educativa. Se come educatori ci preoccupiamo degli effetti negativi che possono avere certi giochi di ruolo, o alcuni video-game, per l’identificazione con il personaggio e la distorsione della percezione della realtà, perché non dovrebbe essere lo stesso in un ragazzino undicenne che deve interpretare un ruolo così carico di emozioni forti e ambivalenti? Quali effetti può avere sul suo sviluppo emozionale? Quali saranno gli effetti a lungo termine dell’identificazione, seppure vicaria, con un personaggio trans?

Implicazioni etico-culturali. Questa serie televisiva mira non solo a intrattenere ma a formare culturalmente le persone. L’associazione inglese “Mermaid”, che si occupa di dare supporto ai bambini trans e alle loro famiglie, e che è stata tra i consulenti della serie, ha così commentato: “Butterfly ha dimostrato di essere un ‘punto di svolta’ (game changer) nel fornire una nuova prospettiva sulle vite dei bambini transgeder…. Speriamo che Butterfly possa aprire la strada a una rappresentazione più realistica in televisione dei giovani transgeder”.

Abbiamo alcuni motivi per credere che questa serie diventi, di fatto, un’operazione ideologica che non aiuterà ad affrontare con consapevolezza la problematica del fenomeno trans nei minori, diffondendo l’idea che la disforia di genere infantile sia un’emergenza sociale e che la soluzione sia nella riassegnazione chirurgica del sesso, e fornendo risposte medico-chirurgiche a un problema ben più profondo che riguarda la comprensione della propria sessualità e del proprio sviluppo psico-sessuale.

Implicazioni etico-mediche. La serie TV affronta il problema della disforia di genere alla luce di una comprensione fluida e duttile dell’identità sessualità. Tratta la sessualità come un oggetto che si può manipolare, rallentare o accelerare, a proprio piacimento e condizionati soltanto dai limiti a cui, di volta in volta, arriva la ricerca medica.

Abbiamo forti perplessità sul fatto che il poter bloccare l’attività dell’ipofisi e “sospendere” la pubertà nei bambini e adolescenti sia un fatto eticamente giusto, nonostante il recente parere favorevole del Comitato nazionale di Bioetica all’uso di un farmaco ormonale, la triptorelina, in grado di bloccare lo sviluppo puberale. Una decisione che ha suscitato un dissenso in ambito medico-giuridico, che si è maggiormente acuito proprio in questi giorni, quando l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) dovrà pronunciarsi sulla possibile somministrazione di questo farmaco. Quali sono le motivazioni a fondamento del dissenso? La prof. Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, e unica rappresentante del no, ha tra l’altro affermato: “Se è vero che in preadolescenti con disforia di genere il confronto fra pari è spesso molto problematico di per sé, non si capisce in che modo l’aumento delle differenze, bloccando lo sviluppo corporeo mentre continua quello cognitivo, possa diminuire tale problematicità”. La prof. Morresi mette in dubbio l’efficacia di indurre un blocco dello sviluppo puberale in un pre-adolescente che lo porta a vivere in un corpo neutrale, affermando: “Come è possibile in queste condizioni di non appartenenza a nessun genere, ‘esplorare la propria identità di genere’? Rispetto a quale ipotesi si verifica e si esplora, in assenza di un corpo sessuato, cioè in assenza dell’espressione fisica della propria identità di genere, se non a un immaginario?”. Senza contare il fatto che questo farmaco non ha sufficienti evidenze scientifiche di risultato né che sia “il trattamento elettivo per queste situazioni”.

Implicazioni antropologiche. Se è vero che il disagio di ragazzi con disforia di genere porta a grandi scompensi, a comportamenti autolesionistici e a intenzioni suicidarie, ci dobbiamo chiedere quali siano le cause: se sia il “corpo” la causa di questo malessere, o esattamente il contrario, cioè il “malessere” che porta a non ritrovarsi in un dato “corpo”. È questa l’argomentazione sempre della prof. Morresi, che aggiunge: “la disforia di genere viene presentata spesso come ‘sentirsi in un corpo sbagliato’, ipotizzando quindi corretta la percezione di sé, della propria identità di genere”. Ma se fosse vero il contrario? Cioè che “è la percezione di sé ad essere inadeguata… che alla base ci sia un problema più vasto o diverso, riguardante la propria identità, mentre il corpo è ‘giusto’?”.

Abbiamo una comprensione dell’essere umano che non “deifica” il corpo, semmai una visione olistica dello stesso: una visione confermata dall’attuale scienza ma da sempre sostenuta da un approccio biblico-religioso alla comprensione dell’uomo.

La Dichiarazione sul transgender, già citata, fa proprio riferimento a questa comprensione quando afferma: “Dal punto di vista biblico, l’essere umano è un’unità psicosomatica… Pertanto, la Bibbia non approva il dualismo nel senso di separazione tra il corpo e la propria percezione della sessualità”. Questa unità e integrazione tra materia e psiche porta a credere che “la nostra identità di genere, come progettato da Dio, è determinata dal sesso biologico alla nascita”.

Riconoscendo che questo mondo presenta delle derive rispetto all’ideale biblico dell’inizio, la Chiesa avventista crede che “coloro che provano discordanza tra la loro identità sessuale biologica e la loro identità di genere (siano) incoraggiati a seguire i principi biblici nell’affrontare la loro sofferenza”.

E conclude: “Come tutti i credenti, le persone transgender sono incoraggiate a servire Dio e a ricevere la pienezza della divina compassione, pace e grazia”.