lunedì, Dic 10, 2018
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Buona domenica (?)

Davide Romano – Se il vice premier Luigi Di Maio avesse riascoltato il noto brano di Antonello Venditti “Buona domenica”, forse non avrebbe commesso l’innocente imprudenza di giustificare la “crociata” sulla chiusura degli esercizi commerciali con una esplicita – a suo dire – richiesta avanzatagli dalle famiglie.

La recente insistenza delle forze di governo, pur con alcuni distinguo, circa la chiusura degli esercizi commerciali la domenica, ha qualcosa di non chiaro.

Dubitiamo fortemente che in tempi ancora lontani dalla piena occupazione e con un corpo sociale ormai sempre più diversificato e fluido nei consumi e negli stili di vita, vi sia una consistente istanza sociale che invochi di tornare alle domeniche in cui tutto era chiuso, salvo bar e ristoranti, farmacie di turno e qualche bottegaio indomito.

Quali famiglie avrebbero con tale insistenza e reiterate suppliche chiesto al vice premier Luigi Di Maio la chiusura domenicale al punto da determinarlo ad assumere tale tetragona volontà già tra i prossimi provvedimenti?

Sarà stata la Confesercenti a convincere gran parte della compagine di governo sulla opportunità di regolamentare così perentoriamente gli orari di apertura e chiusura domenicale?

Non siamo adusi a retro pensieri paranoici, ma non siamo necessariamente neanche sprovveduti al punto da pensare che le motivazioni sin qui addotte per giustificare il provvedimento siano così evidenti.

Osserviamo piuttosto che in tutti i Paesi in cui le forze sovraniste sono andate al governo hanno per prima cosa ripristinato per legge l’osservanza obbligatoria del riposo domenicale e la conseguente restrizione delle attività commerciali in quel giorno: si vedano a titolo d’esempio l’Ungheria di Viktor Orbàn, sin dal 2014, e più recentemente la Polonia del partito nazionalista Libertà e Giustizia (PiS). Anche in Croazia la discussione al riguardo è piuttosto accesa.

La nostra impressione è che il governo italiano, in alcune sue espressioni molto qualificate, intenda ispirarsi a simili esperienze onde offrire un gesto di amicizia verso la Chiesa cattolica – e verso settori del mondo sindacale – e ridarsi così una veste di profonda adesione ai valori di un cristianesimo tradizionale, salvo rivendicare mano libera sul resto, su temi assai meno concilianti diciamo cosi, quali quelli del contrasto ruvido all’immigrazione e all’accoglienza.

La scelta più sobria e più lineare – oltre che più liberale – in una società plurale quale la nostra a noi sembrerebbe non quella di precettare tutti in famiglia o in parrocchia ogni domenica, chiudendo tutto o quasi, ma articolare un sistema di garanzie e di riconoscimenti al singolo lavoratore che faccia richiesta di poter essere esentato dal lavoro domenicale o in un altro giorno, riconoscendo pienamente il diritto individuale al riposo o al culto, e sensibilizzando le aziende a concederlo senza indugi.

Far festa tutti nello stesso giorno è sempre più difficile e a tratti perfino ingiusto. Fare in modo che tutti abbiano un giorno per fare festa è altra cosa, assai opportuna e commendevole.

Ascolta l’intervista audio a Davide Romano

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