mercoledì, Settembre 30, 2020
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Avventista riflette sulla marcia su Washington del 1963

Anna_Buchanan.1Notizie Avventiste/NadNews – Sabato 24 agosto, a Washington, gli organizzatori del National Action Network hanno preparato una manifestazione per commemorare il 50° anniversario della marcia su Washington. Gli attivisti dei diritti umani Martin Luther King III e il reverendo Al Sharpton hanno guidato la manifestazione dal Lincoln Memorial al monumento a Martin Luther King Jr, .

Anna Buchanan, membro della chiesa avventista del settimo giorno “Dupont Park”, aveva 27 anni quando, insieme con il marito, si era unita alle oltre 200.000 persone radunatesi, il 28 agosto 1963, al National Mall per manifestare in favore di uguali diritti e della libertà.

“La gente provava un senso di disagio”, ha ricordato Anna. “Alcune persone temevano una rappresaglia. Tuttavia, una volta scesi dagli autobus e raggiunto il centro, ci siamo trovati a faccia a faccia con molte razze diverse. Quel giorno eravamo solo un gruppo di persone mescolate insieme per un unico scopo”, ha aggiunto.

Orlan Johnson, direttore degli Affari pubblici e Libertà religiosa presso la regione Nordamericana (Nad) della Chiesa avventista, ritiene che la marcia nel 1963 non ha “cambiato solo l’America, ma anche il mondo come lo conoscevamo … niente sarebbe più rimasto come prima. Basta guardare la diversità nelle nostre chiese, dai membri ai pastori, ai dirigenti a ogni livello. L’impatto della marcia è evidente ovunque”.

Anna e il marito Herbert sperimentarono il razzismo sulla loro pelle, alla fine degli anni ’50, quando cercarono di acquistare una casa nei pressi della United States Census Bureau di Suitland. La società immobiliare disse loro che la casa non era disponibile. Il marito allora andò dagli attivisti del Congresso per l’uguaglianza razziale (Core), dove svolse volontariato negli anni ’50 e ’60. Grazie all’intervento del Core, i due riuscirono ad avere finalmente la casa. “È scoraggiante che alcune delle cose che succedevano allora, accadono ancora oggi”, ha affermato Anna, che risiede sempre a Suitland.

Nata a Evanston, in Illinois, nel 1935, Anna ha vissuto altre manifestazioni di razzismo. Ricorda infatti quando gli afro-americani potevano fare acquisti presso i negozi “Five and Dime”, ma non potevano sedersi e mangiare. Dovevano portare via le loro ordinazioni. E al cinema, i neri erano relegati in galleria.

Queste esperienze l’hanno spinta a lasciare Evanston per frequentare un college prevalentemente per neri. Voleva avere bravi professori afro-americani, cosa che non le era concessa in Illinois. Laureatasi in francese alla Howard University di Washington, ha lavorato nella biblioteca del Congresso, andando in pensione dopo oltre 30 anni di servizio.

Anna e suo marito hanno sempre continuato a educare i cittadini sui loro diritti civili e alla lotta contro la discriminazione. Herbert, scomparso nel 1998, distribuiva della stampa e parlava continuamente con le persone. La coppia ha cercato di inculcare nei tre figli l’importanza e l’orgoglio di essere afro-americani. I bambini li accompagnavano anche quando andavano a votare, un diritto acquisito grazie al Civil Rights Act del 1964. “Tante persone hanno combattuto così strenuamente per il nostro diritto di voto. Sarebbe da criminali non usufruire di questa possibilità, quando ci sono state persone che sono morte perché potessimo averla”, ha affermato Anna con decisione.

A 77 anni, la donna non ha partecipato alla manifestazione di quest’anno, ma spera che gli eventi per il 50° anniversario della marcia su Washington continueranno a portare avanti il cambiamento. “Sono stati fatti dei passi avanti ma la disuguaglianza razziale non è ancora scomparsa”, ha aggiunto Anna, che vorrebbe vedere maggiori opportunità per le minoranze nelle chiese e nel mondo.

Come cristiani, il vangelo di Matteo, capitolo 22, ci incoraggia a esprimere un amore incondizionato verso gli altri, ritiene Johnson, e gli avventisti possono dare il loro contributo nella lotta alla discriminazione e alla segregazione razziale. “Dobbiamo continuare a svolgere l’opera che Dio ha dato al suo popolo, che è quella di amare tutte le persone di tutti i ceti sociali, senza distinzione di razza, colore, sesso o credo. Quando ci sarà il giudizio finale, la domanda che ci sarà rivolta sarà proprio se abbiamo fatto tutto il possibile per aiutare coloro che sono stati meno fortunati”, ha concluso Johnson.