martedì, Luglio 16, 2019
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Attenti alle sette…, ohibò

Davide Romano – Non è un caso che nel nostro Paese si torni a parlare con una certa insistenza del pericolo delle “sette”.

Non è un caso che uno degli ultimi successi editoriali sia un libro modesto, ancorché scritto bene, che con strumenti e argomentazioni inadeguate e pretestuose, nutrite dal risentimento degli ex appartenenti, indica in una serie di movimenti, denominazioni, comunità minoritarie, ma anche religioni munite di un’intesa con lo Stato italiano – esoteriche quanto si vuole, eccentriche quanto si vuole (d’altronde, il mondo religioso, anche quello maggioritario abbonda di credenze e di riti che se non fossero accettate convenzionalmente avrebbero decisamente un aspetto eccentrico e pittoresco) – la plastica espressione di un oscuro potere pseudoreligioso dedito alla manipolazione e all’abuso psicologico sistematico che annichilirebbe, secondo i due improvvidi giornalisti, almeno “quattro milioni di italiani”. Naturalmente la stima è fatta a occhio, ma non badiamo a queste sottigliezze, suvvia…

Non è un caso che sia stata recentemente e nuovamente depositata una proposta di legge in Parlamento (Ddl n. 1565) per reintrodurre nel nostro ordinamento il reato di “manipolazione mentale”, ovvero il vecchio reato di “plagio” ex art. 603 del Codice penale, abrogato da una sentenza (la n. 96 del 1981) della Corte costituzionale che lo definì carente del necessario requisito delle tipicità e determinatezza al punto da dichiararlo: “di per sé inapplicabile”.

Non è un caso che a Torino, presso una prestigiosa sede che ospita l’Ordine degli Avvocati, in questi giorni si organizzi un convegno dal titolo “Dalla fede alla dipendenza: derive settarie e manipolazione” , che prende a bersaglio i nostri fratelli pentecostali – cui va tutta la nostra cordiale solidarietà – insinuando quantomeno il sospetto che nel loro culto si annidi la pratica sistematica dell’abuso e della manipolazione.

Non è un caso che in quello stesso convegno, a giudicare dal manifesto che lo promuove, si articolerà una critica all’apologia dei culti e al relativismo radicale, qualunque cosa ciò voglia dire.

Non è un caso che al nuovo presidente della Rai – non so se mi spiego – intervistato al recente Festival di Dogliani sulla tv e i nuovi media, “scappi” detto che nell’azienda Rai la voce cattolica – per quanto presente e variegata – sia però nel complesso decisamente sottorappresentata e “noi siamo un Paese cattolico”. Salvo aggiungere, con una coerenza, diciamo così, controintuitiva, che avere più giornalisti e opinionisti cattolici aiuterebbe la Rai ad essere più pluralista.

Parafrasando il grande Umberto Eco, si potrebbe chiosare: chi mai, difronte a una simile tesi, avrebbe un cuore di pietra tale da non scoppiare in una fragorosa risata?

Orbene, sono solo frammenti, per carità, ma messi insieme, senza paranoie cospirative, danno comunque il senso di un tempo qualitativamente mediocre che il nostro Paese sta vivendo. Un tempo nel quale l’unica narrazione imperante è quella che cerca di scovare i nemici del progresso e delle patrie tradizioni, ovunque essi si annidino: dai burocrati europei, ai migranti africani; ma non v’è dubbio che verso le minoranze religiose – definite spregiativamente “sette” – la critica si faccia da sempre più occhiuta e corrosiva.

Le religioni, tutte, non sono sempre innocenti. Spesso hanno qualcosa da farsi perdonare. Spesso devono esercitare un vaglio critico sulle proprie strutture mentali, organizzative e dogmatiche. Ma ricorrere al metodo dello stigma e al manganello mediatico e politico verso i gruppi più esigui non nuoce solo alle minoranze, ma all’intero fondamento democratico e liberale del Paese.

Non è un caso che in Paesi come la Russia, la Turchia, la Polonia o l’Ungheria la repressione delle minoranze religiose e culturali, nel nome, sovente, del recupero dell’antica quanto mitica uniformità di credo, o sotto il motto della salvaguardia della “sicurezza spirituale” della nazione, si accompagni con tragica naturalezza alla compressione dei diritti civili e politici e alla crisi dello stato di diritto.

Avviso ai naviganti dunque, forse non è ancora troppo tardi.