mercoledì, Dicembre 11, 2019
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Apocalisse in breve. Il messaggio pasquale

NA - Notizie AvventisteFrancesco Zenzale – “Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti” (Ap. 1:18).

Le parole che Gesù rivolge rievocano un evento molto caro ai profeti e al popolo d’Israele: la Pasqua. Ciò è possibile coglierlo dalla forte evocazione della morte e della risurrezione (v. 18), per seguire la rassicurante presenza della sua shekhinah in mezzo al popolo. La Pasqua è la festa che segue immediatamente quella del sabato, nella lista del Levitico (cfr. 23:4-14). É la prima festa del calendario ebraico (Esodo 12:2). La citazione della Pasqua non è, dunque, occasionale. Essa commemora l’uscita dall’Egitto e la nascita d’Israele. Il messaggio della Pasqua è carico di profondi significati messianici. Il sacrificio ricorda il Pessah, il passaggio dell’angelo sulle case degli Israeliti, asperse del sangue dell’agnello, e rinnova il cuore degli ebrei, la speranza della liberazione futura.

La consumazione dei pani che non hanno il tempo di lievitare, i matsoth, ricordano la condizione nomade del popolo, sempre in piedi e in attesa della terra promessa (v. 11); fino ai nostri giorni, il canto liturgico dell’hagada, ripetuto di generazione in generazione nelle famiglie ebraiche, come nella stessa Gerusalemme, è il profondo sospiro d’Israele, “l’anno prossimo a Gerusalemme” (le shana habaa birushalaim).

Anche nella tradizione cristiana, la santa Cena (o eucaristia), inaugurata da Gesù durante la sua ultima Pasqua, ripete i gesti liturgici del Signore e ricorda la sua promessa: “In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Marco 14:25).

Commenta l’apostolo Paolo: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1Corinzi 11:26). E non è certo per caso che la più antica liturgia dell’eucaristia termina con il saluto aramaico maranatha, “il Signore viene”, che riassume tutta la speranza dei primi cristiani.

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