giovedì, Dicembre 12, 2019
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Apocalisse in breve. Fine del tempo di grazia (prima parte)

NA - Notizie AvventisteFrancesco Zenzale – Con Apocalisse capitolo 15, Giovanni apre il nuovo ciclo settenario; il suo sguardo profetico vede oltre le sette coppe e anticipa lo svolgimento di questo ultimo conflitto tra il Dio che viene dall’alto e le forze demoniache che vengono dal basso. Il profeta vede una scena di vittoria. Ciò che colpisce inizialmente è una distesa d’acqua, liscia come un mare di vetro (v. 2) sul quale troviamo l’immensa folla dei salvati (vv. 2-4). Il profeta li descrive come gli antichi israeliti dell’esodo. Come loro, essi si tengono in piedi sul mare, affermando la vittoria di Dio sugli elementi. Come quei progenitori della fede, essi cantano l’inno di Mosè (Es 15) che celebra la vittoria di Dio sui nemici d’Israele.

“Dopo questa visione di vittoria che garantisce il futuro dei credenti, la profezia ritorna a parlare di avvenimenti passati. Sono nuovamente protagonisti i sette angeli di luce, in procinto di versare il contenuto delle loro coppe. Il profeta li vede uscire dal tempio, vestiti con l’abito che il sommo sacerdote portava nel giorno dell’espiazione: la tunica di lino finissimo (cfr. Ap 15:6; Lv 16:4). La scena ricorda il rituale che segna la fine del rito dell’espiazione, nel cerimoniale del Kippur: ‘Nella tenda di convegno, quando egli entrerà nel santuario per farvi l’espiazione, non ci sarà nessuno, finché egli non sia uscito e non abbia fatto l’espiazione per sé, per la sua casa e per tutta la comunità d’Israele’ (Lv 16:17).

In effetti, il tempio è pieno ‘di fumo a causa della gloria di Dio’ (Ap 15:8), segno che nessuno, ormai, può più entrarvi e l’opera dell’espiazione è terminata. Lo stesso fenomeno caratterizza la fine della costruzione del santuario, nel libro dell’Esodo. Anche in quell’occasione, la nuvola di Dio invase lo spazio del santuario, manifestazione della gloria del Signore (cfr. Es 40:34). Anche in quella circostanza, nessuno poté entrare nella tenda (v. 35). Questo passo dell’Esodo allude alla fine dell’opera della creazione. La stessa espressione stilistica che conclude il racconto di quell’opera nel libro della Genesi, ‘compì la sua opera’, riappare nel racconto del santuario (cfr. v. 33; Gn 2:2).

La fine dell’opera di costruzione del santuario è vissuta, quindi, come la fine della creazione dell’universo. Questi due momenti sono, del resto, riempiti della gloriosa presenza di Dio. L’avvenimento riportato dall’Apocalisse evoca, dunque, la fine dell’azione ricreatrice di Dio, un altro modo di suggerire la fine di quel processo di purificazione che caratterizza il Kippur.

Nella realtà, la fine indica quella del giudizio. La sentenza è fissata. Questa verità è stata tramandata nella liturgia del Kippur fin dai tempi più remoti, per arrivare ai giorni nostri. L’ultima preghiera del Kippur, recitata al tramonto, la neilah, che significa ‘chiusura’, viene associata, nel Talmud, alla chiusura del tempio celeste. (Talmud de Jérusalem, Berakhot, IV, 5). Secondo la tradizione ebraica, se il Kippur è il coronamento dei dieci giorni di preparazione, è nell’ora della neilah che ‘le nostre concezioni, i nostri destini sono definitivamente fissati e il nostro giudizio sigillato’” (Choulkhan Aroukh Abrégé, p. 570).

È significativo il fatto che, in questa preghiera, la parola hotménu (suggellaci) sia diventata la parola chiave sulla quale venne forgiato il saluto tradizionale, alla fine del Kippur: hatimah tovah (buon suggellamento!).

L’Apocalisse ha ripreso questa tradizione per proclamare che è venuto il momento nel quale la sorte di ognuno è segnata. Dio non perdona più. Persino l’intervento di Cristo e l’evocazione del suo sacrificio si fermano in quel punto.

“Chi è ingiusto continui a praticare l’ingiustizia; chi è impuro continui a essere impuro; e chi è giusto continui a praticare la giustizia, e chi è santo si santifichi ancora” (Ap 22:11).

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