venerdì, Agosto 7, 2020
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Apocalisse in breve. La donna (cap. 12)

NA - Notizie AvventisteFrancesco Zenzale – Il dodicesimo capitolo dell’Apocalisse presenta due segni che rilevano due realtà contrapposte: la donna e il Dragone. “Nella tradizione ebraica, l’immagine della donna scorre su due piani. Per un verso, la donna rappresenta la chiesa, la sposa o la fidanzata di Dio; attraverso questo riferimento si comprende bene la relazione d’amore di Dio per il suo popolo. Il Cantico dei Cantici, i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Osea, Amos testimoniano questa immagine, nata già all’inizio della relazione di Dio con Israele (Is 54:5-6; Gr 6:2).

In altri casi, la donna rappresenta la madre. L’immagine si arricchisce, allora, di promesse profetiche. Adamo chiama sua moglie Eva, cioè ‘madre di tutti i viventi’ (Gn 3:20). Per il primo uomo, la donna rappresenta la garanzia di un futuro. Ella è il canale che permetterà al seme umano di fecondare l’umanità. Per l’autore della Genesi, la donna porta il seme che salverà l’umanità (Gn 3:15). É evidente che le due funzioni di moglie e di madre sono in relazione tra loro. Grazie alla relazione coniugale, la sposa diventa madre.

Nel testo dell’Apocalisse, la visione della donna ricorda il sogno di Giuseppe (cfr. 37:9-11). Il sole, la luna e le stelle compaiono quale simbolo della famiglia d’Israele: Giacobbe, Rachele e i suoi dodici figli. Associata a quegli astri, la donna rappresenta, dunque, Israele, il popolo di Dio” (J. Doukhan, Il grido del cielo, ed. Adv, p. 129).

L’interpretazione mariologica, che vuol vedere nel grande segno Maria, madre di Gesù, è del tutto ignota ai primi quattro secoli cristiani. Scriveva l’Abate Crampon: “Così i Padri e gli interpreti cattolici sono essi quasi unanimi nel riconoscere in questa donna un simbolo della Chiesa”. Più tardi però, soprattutto a causa della liturgia e dell’arte cristiana paganeggiante, ha avuto una larga diffusione.

Scrive il teologo cattolico A. Lapple: “L’interpretazione ecclesiologica, che vi scorge un presagio della storia e delle persecuzioni della Chiesa, raccoglie senz’altro i maggiori consensi e possiede ben fondate giustificazioni… La donna che ha partorito un figlio, rifulgente nello splendore della grazia divina (il sole), pallida per la luce riflessa della luna ai piedi e, nella corona dodici stelle, così quanti erano le tribù d’Israele e gli apostoli, è il popolo Dio: la Chiesa dell’antico e nuovo patto”. Il popolo di Dio del Nuovo Testamento è l’albero nato e cresciuto dalla radice del popolo di Dio dell’Antico Testamento: “Non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te” (Rm 11:18; cfr 8:29; Eb 2:12).

È dunque veritiero ritenere che la donna in Apocalisse, nel capitolo dodicesimo, rappresenti il popolo di Dio nella sua totalità: l’assemblea dei credenti tanto dell’Antica Alleanza (che prepara la venuta del Salvatore) quanto della Nuova (che attende il suo ritorno e lavora per il compimento dell’opera di Dio). La Chiesa dell’antico e nuovo patto.

Giovanni vede la donna nel cielo, circondata della gloria e perfezione futura. Ciò significa che il “cielo” è la patria spirituale dei figli di Dio. “La nostra cittadinanza è nei cieli” (Fil 3:20), scrive l’apostolo Paolo. Il cielo è anche il luogo, non nel senso geografico, da dove discendono le benedizioni divine e procede la vita. Così la chiesa militante sulla terra è vista già in cielo nella sua prospettiva finale e vittoriosa.

La donna è in preda alle doglie. “Nella simbologia ebraica è una chiara allusione alla speranza messianica (Is 13:8; Os 13:13). Perché, in fondo, i sintomi che caratterizzano Israele ‘contorto’ nello spasimo dell’attesa messianica, sono gli stessi di una donna che sta per partorire. La sua impazienza di vedere apparire il neonato, si mescola all’angoscia dell’incertezza e al dolore vivido che scuote tutte le membra. Le promesse ci sono tutte, ma in concreto, ancora niente. Solo la fede immagina attraverso lo spessore del silenzio, la vita segreta del seme che cresce, nelle profondità della madre. Tutto questo è nascosto nell’immagine della donna che soffre, nell’attesa” (J. Doukhan, op cit., p. 130).

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