lunedì, Maggio 20, 2019
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Apocalisse in breve. La porta del cielo

NA - Notizie AvventisteFrancesco Zenzale – “Io non morirò, anzi vivrò, e racconterò le opere del Signore. Certo, il Signore mi ha castigato, ma non mi ha dato in balìa della morte. Apritemi le porte della giustizia; io vi entrerò, e celebrerò il Signore. Questa è la porta del Signore; i giusti entreranno per essa. Ti celebrerò perché mi hai risposto e sei stato la mia salvezza” (Salmo 118:17-21).

Che meraviglia ascoltare la Parola di Dio! E vivere nella pienezza dello Spirito Santo, che imprime nell’intimo, quasi con violenza, la certezza di esistere e di poter raccontare le opere del Signore; per poi, con profonda gioia, entrare nel santuario attraverso le porte della giustizia di Cristo per celebrare il Signore.

“Io non morirò, anzi vivrò… io racconterò… io entrerò e celebrerò”. Parole imbevute della grazia di Dio, della gioia della salvezza, del desiderio struggente di essere alla presenza del Signore e lodarlo. Parole che esprimono un movimento che coinvolge l’altro e promuovono uno spostamento dell’essere verso l’alto, quasi a toccare con mano l’Altissimo.

Quando la grazia invade la nostra esistenza un grido d’esultanza prorompe dall’intimo: “Io non morirò, anzi vivrò… Ti celebrerò perché mi hai risposto e sei stato la mia salvezza”.

Giovanni riprende questo penetrante desiderio di vivere alla presenza di Dio e lo attualizza, poiché la profezia va vissuta più che interpretata.

Non dimentichiamo che l’Apocalisse è, per eccellenza, il libro biblico della fine dei tempi. Naturalmente, in varie parti dell’Antico e del Nuovo Testamento si parla degli ultimi avvenimenti, ma non in modo concentrato, sostenuto ed esteso come nell’Apocalisse. In esso, da una parte, la profezia diventa storia, dall’altra un’ampia porta aperta che permette “ai giusti” di cogliere “cose che devono avvenire in seguito” (Ap 4:1).

Ci sono due porte. “Quella terrestre, alla quale Dio bussa, impazientemente e appassionatamente. La lettera di Laodicea riprende il Cantico dei cantici: ‘Sento la voce del mio amico che bussa e dice: Aprimi, sorella mia, amica mia!’ (5:2). Secondo questo passo i colpi risuonerebbero molto forte. Il senso del verbo ebraico dapaq è ‘bussare con violenza’… L’apertura di questa porta dipende dalla nostra buona volontà. In definitiva, si tratta della porta del nostro cuore. È il cristianesimo vissuto nella carne dell’esistenza e della storia. Sono le nostre scelte e le nostre lotte. È la nostra risposta all’appello di Dio che vuole entrare nella nostra vita.

L’altra porta è nel cielo. Solo Dio può aprirla. Essa si spalanca sul perdono di Dio e sul suo regno. Il cristianesimo non è una religione d’ordine puramente esistenziale, un’etica o un’emozione, che riguarda il solo credente, qui e ora. Il regno di Dio non è solo ‘in mezzo a voi’ (Luca 17:20,21). L’Apocalisse parla di un’altra porta, quella del cielo, di cui solo Dio possiede la chiave. Il regno di Dio è anche cosmico (v.24). La stessa immagine della porta viene ancora utilizzata, suggerendo un rapporto tra le due dimensioni. Il regno di Dio comincia qui sulla terra, dal momento in cui apriamo la porta… Più apriamo la nostra porta quaggiù, più sospiriamo perché si apra l’altra porta, quella del cielo”. (J. Doukhan, Il grido del cielo. p. 62).

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