domenica, giugno 24, 2018
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Simposio mondiale della Chiesa avventista sulla sessualità

csm_CT-opening_8c586d18cfIntervista al past. Roberto Iannò

Notizie Avventiste – “A immagine di Dio: Scrittura. Sessualità. Società” è il tema del simposio mondiale organizzato della Chiesa avventista del 7° giorno che si è tenuto dal 17 al 20 marzo a Città del Capo, in Sudafrica. Lo scopo principale di questo evento è stato quello di dialogare con persone autorevoli nel panorama avventista per avere una comprensione migliore sul tema delle sessualità alternative e di consigliarsi a vicenda sulle sfide che la Chiesa sta affrontando al riguardo. Il desiderio è quello di riuscire a essere redentivi e allo stesso tempo ubbidienti agli insegnamenti delle Scritture, e farlo coerentemente a livello mondiale.

Tra i circa 350 dirigenti, pastori, accademici della Chiesa avventista provenienti da tutto il mondo, vi erano anche il past. Roberto Iannò, direttore del dipartimento Educazione presso l’Unione italiana delle chiese cristiane avventiste e il past. Hanz Gutierrez, docente presso la Facoltà Avventista di Teologia di Firenze. Notizie Avventiste ha rivolto alcune domande al past. Roberto Iannò.

Notizie Avventiste: Perchè un summit avventista sulla sessualità?
Roberto Iannò: Il tema della sessualità, anzi delle sessualità alternative (cioè delle sessualità diverse dall’eterosessualità), è sempre più presente e pressante nella società e, di conseguenza, anche nella Chiesa avventista mondiale. Ho apprezzato la mia chiesa mondiale per come ha cercato, e sta cercando, di entrare in dialogo con le diverse realtà culturali che la compongono per trovare il modo, laddove è possibile, di camminare insieme con una comune visione.

N. A.: Quali sono stati gli argomenti specifici trattati?
R. I.: Il tema delle sessualità alternative è stato trattato, prima di tutto, dal punto di vista esegetico-teologico per verificare se la nostra comprensione tradizionale teologica è ancora valida. Sono stati presentati alcuni aspetti psicologici e sociologici che si ritengono concause delle sessualità alternative. Si è discusso sulle implicazioni che queste hanno per l’appartenenza sia alla chiesa sia alla nostra missione di offrire una pastorale a tutte le persone senza distinzione di alcun tipo. Si sono descritti le implicazioni legali, soprattutto in quei casi in cui una persona di diverso orientamento sessuale sia un dipendente di Istituzioni avventiste. Si è parlato anche di quali atteggiamenti/linguaggi sono inappropriati nei riguardi delle persone che hanno un orientamento, o stile di vita, diverso dall’eterosessuale.

N. A.: Ci sono stati interventi che ti hanno particolarmente colpito? 
R. I.: Sono stato particolarmente colpito dalle esperienze presentate in prima persona da tre avventisti che si definiscono ex-gay, e che hanno, grazie a un’esperienza profonda con Gesù, iniziato un ministero al servizio di coloro che non si riconoscono nello stile di vita “gay” e che vogliono trovare strumenti e risorse per un equilibrio interno tra i loro sentimenti e la propria comprensione teologica della sessualità. Inoltre, ho apprezzato i primi due interventi del summit: il messaggio introduttivo del presidente della Chiesa avventista mondiale, Ted Wilson, da un parte, e la tavola rotonda che ha introdotto l’evento. Il messaggio del presidente era, ovviamente, centrato sugli aspetti biblici e identitari della Chiesa avventista, e non poteva che essere così: Wilson ha ribadito l’ideale biblico dell’eterosessualità, affermando allo stesso tempo che anche l’eterosessuale può allontanarsi dall’ideale biblico nel momento in cui vive una sessualità libera da impegni e responsabilità. Se l’approccio di Wilson partiva dal testo biblico per andare a normare la vita concreta, l’approccio della tavola rotonda è stato esattamente complementare a questo, cioè è partito dalle esperienze concrete di chi professionalmente ha dedicato il proprio tempo a persone che vivono questo stile di vita. Ho apprezzato particolarmente questo tentativo di sintesi di approcci perché credo che non possiamo mai esimerci dal mettere in continuo dialogo i due approcci: l’uno che parte dal generale, cioè la rivelazione biblica, e che successivamente va a calarsi nel particolare dell’esistenza; l’altro che parte proprio dalle storie personali, cioè l’essere umano, tentando di portarlo a confrontarsi con gli ideali etico-teologici di Dio.

N. A.: Quale situazione della chiesa avventista è venuta fuori?
R. I.: Ho preso atto maggiormente di come la chiesa avventista mondiale viva in contesti sociali sempre più diversi: ci sono Unioni della Chiesa che sono inserite in nazioni dove il tema delle sessualità alternative è ascritto nei diritti civili e dove l’eccezione sta diventando sempre più la norma; altre Unioni, invece, i cui paesi trattano questo tema con la repressione. Come conciliare esperienze così diverse? Questa è la sfida che vedo per la mia Chiesa.

N. A.: Si sono raggiunte conclusioni? Quali?
R. I.: Più che conclusioni sono tentativi di sintesi, principi generali che dovrebbero guidare la Chiesa avventista nella sua missione. Si è ribadito il principio della Sola Scriptura e Tota Scriptura, quale linea guida per la nostra teologia: questo significa che è la Bibbia, e tutta la Bibbia, che deve guidare/ispirare la nostra comprensione etica e non viceversa. Inoltre, si è riconosciuto che l’orientamento sessuale può avere diverse cause, non tutte imputabili a scelte consapevoli o a tentativi di “ribellarsi” al volere di Dio: allo stesso tempo, la stessa American Psychological Association (la massima autorità nel campo della psicologia) ha dichiarato che l’ipotesi genetica dell’omosessualità non può essere presa come fatto assoluto: “Non c’è consenso tra gli scienziati circa le esatte ragioni che portano un individuo a sviluppare un orientamento sessuale etero, bisessuale, gay o lesbico… non c’è nessun risultato scientifico che ci permette di concludere che l’orientamento sessuale sia determinato da uno o più fattori (cioè i fattori genetici, ormonali, evolutivi, sociali e culturali)». Circa la pastorale, si è prospettata una soluzione di “compromesso” che vede, da una parte, il ribadire l’appartenenza alla chiesa in base all’adesione ai principi biblici così come espressi nel Manuale di Chiesa; dall’altra, la necessità, e in alcuni contesti anche l’urgenza, di trovare modi per esercitare una pastorale e un’accoglienza comunitaria verso coloro che vivono una sessualità differente e che sentono il bisogno di vivere una spiritualità comunitaria. Si è discusso anche sulle cosiddette “terapie riparative”, cioè su quelle terapie volte a cambiare il proprio orientamento sessuale: da una parte, è stato ribadito che queste non trovano supporto dal panorama scientifico, e dall’altra la Chiesa deve continuare a non escludere la possibilità del cambiamento, così come testimoniato da alcune storie personali.