usa-2016-trump-vs-clinton-744x419Una riflessione sulle elezioni presidenziali in corso negli Stati Uniti.

Davide Romano – Nel momento in cui scriviamo, il risultato delle elezioni americane è ancora incerto ma, se i sondaggi non sbagliano clamorosamente, specie sugli stati decisivi, il successo elettorale di Hillary Clinton sembra a portata di mano.

In una normale tornata elettorale, di un paese normale e in tempi di relativa tranquillità, questa attenzione spasmodica all’esito delle elezioni sarebbe forse ingiustificata.

Ma se si parla degli Stati Uniti, niente è davvero normale: la storia prodigiosa che li ha visti nascere, il crogiuolo sociale e religioso che da sempre li contraddistingue, la vocazione (forse un po’ troppo “palese” e presuntuosa, d’accordo) al primato mondiale, l’enorme potere militare ed economico, li segnalano ancora come superpotenza, un po’ declinante ma pur sempre combattiva.

Il momento storico in cui queste elezioni americane cadono è contrassegnato da una grande incertezza.

Le liberal democrazie occidentali, con gradazione diversa, sono febbricitanti. I postumi di un lungo periodo di crisi economica e di logoramento sociale, congiuntamente al venir meno di ogni pensiero propulsivo in grado di dare profondità politica e ampiezza prospettica alle élite, hanno inevitabilmente prodotto reflussi populistici in vari paesi, repentine torsioni verso antiche certezze e insane nostalgie revansciste. L’esempio russo è lì da vedere. L’esempio turco peggio che peggio. E anche dentro i confini dell’Unione Europea, in forte crisi di identità, fioriscono esempi di autocrazie nazionaliste e larvatamente xenofobe (Ungheria, Polonia), che speravamo di esserci lasciati alle spalle.

La presidenza di Barack Obama, giudicata severamente da numerosi e illustri commentatori, apparirà tra qualche tempo come il tentativo non velleitario, ma certo difficilissimo, di indicare una strada nuova nella politica interna ed estera.

Indubbiamente le aspettative suscitate dalla sua elezione erano maggiori, forse eccessive: lascia una nazione ancora economicamente fragile, benché in ripresa, in preda a una recrudescenza del conflitto razziale, un ceto medio estenuato, una mobilità sociale ormai ridotta e, soprattutto, un serio problema di funzionalità e di permeabilità democratica delle istituzioni. Non bisogna infatti dimenticare che la partecipazione democratica alle elezioni lascia fuori, per vari motivi, ancora troppi elettori. Il ricambio (anche generazionale) nella classe politica è scarso, i partiti politici sono macchine elettorali che non aggregano realmente il consenso intorno a una piattaforma ideale e non consentono così una maturazione politica dell’elettorato. Per non parlare della fatidica roulette delle elezioni di mid-term, che tra una elezione generale e un’altra producono sovente – come Obama sa bene – un cambio di maggioranza al Congresso, a svantaggio del partito del Presidente, e che crea una vera impasse nella governance, isolando e inibendo il potere esecutivo in molte sue prerogative.

Tali difficoltà oggettive e la temperie culturale e sociale da passaggio d’epoca, come si usa dire, hanno consentito al leader più populista e trash, che il partito repubblicano abbia mai schierato, di giungere a un passo – o forse dentro – la Casa Bianca.

La candidata democratica, pur avendo una certa familiarità – in tutti i sensi – con il potere e con l’establishment politico-affaristico che ha governato negli ultimi decenni, rimane, a giudizio di chi scrive, l’unica alternativa credibile per chi desidera un’America che non arretri sui diritti delle persone e delle minoranze, sull’accoglienza dei migranti e su una certa “idea di mondo” che, con tutti i limiti del caso, sembra quantomeno più prevedibile e rassicurante.

Ci risulta che una porzione non piccola (ma molto meno consistente che in passato) degli evangelici americani voteranno per Donald Trump. E forse anche un certo elettorato cattolico conservatore bianco finirà col preferirlo. Non tanto per i peculiari accenti evangelici della sua narrazione, quanto per la capacità di infondere un sano orgoglio americano, individualista – forse anche machista – e vagamente isolazionista in politica e in economia che farebbe rinascere il sogno a stelle e strisce, e risolleverebbe le sorti de ceto medio.

Una recente statistica effettuata sulle parole usate con maggiore frequenza dai due candidati nei duelli televisivi, ha messo in evidenza come per la Clinton la parola usata più frequentemente è “pensare” mentre per Trump è “gente”. Sarebbe troppo chic ed elitista preferire la prima?

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