domenica, maggio 27, 2018
Home > Italia > La santità ostentata

La santità ostentata

Canonizzazione Papi: Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII santi, la cerimonia

Davide Romano – I fatti che hanno avuto luogo a Roma domenica 27 aprile, le cerimonie solenni trasmesse in mondovisione, ci consegnano un calendario più ricco di santi. Il 3 giugno e il 22 ottobre ricorreranno rispettivamente: San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II. La chiesa cattolica-romana colloca nel suo personale medagliere altre due figure ritenute e proclamate appunto, sante!

Dal punto di vista di un cristiano evangelico, rimangono, per quel che può contare, forti perplessità su tale prassi ecclesiastica. Le osservazioni polemiche sarebbero almeno due:

– La “santità” è certamente una categoria decisiva, nella chiesa come nella Bibbia, ma è innanzitutto un dono che scaturisce dalla vocazione divina non una conquista. Essa quindi non è essenzialmente il risultato di una esperienza spirituale esaltante e luminosissima in sé, ma la constatazione che la grazia di Dio, il suo sguardo benevolo e l’opera faticosa e incisiva dello Spirito Santo ci accreditano come santi, malgrado il nostro peccato. (1 Tessalonicesi 5,23; 2 Tess. 2,13).

– La seconda osservazione, in certo modo conseguente, è che la “santità” non è una qualifica relativa a determinati individui, distinti dal resto della chiesa, ma qualifica l’intero corpo ecclesiale. Come attestano peraltro i più antichi simboli di fede, dall’apostolico al Niceno-costantinopolitano. Il popolo dei credenti costituisce la congregatio sanctorum, per usare un’espressione latina cara ai riformatori del XVI secolo. Anche qui, è istruttiva la lettura dell’epistola ai Filippesi 1,1 nella quale l’apostolo si rivolge inclusivamente “a tutti i santi di Cristo che sono a Filippi”.

In ragione di tali considerazioni, lo spettacolo religioso messo in opera nei giorni scorsi con dovizia di musiche, coreografie sacrali, e ostensione di immagini e di relative reliquie – nel dettaglio: un lembo di pelle e alcune gocce di sangue – appartenute ai “papi santi”,   assume – forse non soltanto agli occhi del malizioso protestante, come testimonia l’articolo apparso su Repubblica a firma del teologo cattolico Vito Mancuso il 24 aprile – la forma di un rito barocco, autocelebrativo, dal chiaro significato politico e con alcuni rilievi feticistici.

Se poi si vuol dire che comunque il popolo, la società urgono di modelli di vita cristiana vissuta con abnegazione e sotto il segno della speranza messianica, siamo subito d’accordo. Ma l’esemplarità di certi gesti, dei vescovi Angelo Giuseppe Roncalli o Karol Wojtyla o di qualunque altro parroco, parla e interroga le coscienze più nella sobrietà del quotidiano che non nella apoteosi organizzata del giorno festivo.