lunedì, giugno 25, 2018
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Regaliamogli un biberon… anzi, una pistola!

Luigi Caratelli – Nikolas Cruz, 19 anni, ultimo della lunga serie di stragisti americani,1 confessava – prima di uccidere 17 persone in una scuola della Florida – che l’atto di sparare aveva, per lui, funzione “terapeutica”, catartica. Quindi liberatoria. Per liberarsi da cosa?

Facciamo un’analisi in due punti.
1. Negli Stati Uniti le armi circolano come il latte per i neonati. Non uso un eufemismo. Le armi circolano perché si vuole che circolino; perché ogni presidente deve tener conto di chi lo ha eletto. Non è mai stato un mistero che i numeri uno della Casa Bianca siano aiutati a vincere le elezioni da generose “donazioni” di enti e di lobby: tra queste proprio quella dei produttori di armi. Anzi, molte guerre sono state “progettate” a tavolino, perché si aveva bisogno di svuotare magazzini strabordanti di ordigni e di riempirli con armamenti nuovi: la produzione, anche se di morte, non può fermarsi. Lo diceva, in maniera elegante, il nostro Alberto Sordi nel film “Finché c’è guerra c’è speranza”. La speranza, ovviamente, era quella che riempiva i cuori dei guerrafondai, gongolanti all’idea di fare soldi sui cadaveri.

2. Sempre negli Stati Uniti, ma ormai non più solo a quelle latitudini, la società sembra essere ingabbiata da una sorta di “svuotamento di umanità”. Per quanto riguarda le armi, l’Occidente non ha ancora rasentato i confini della narcolessia statunitense, ma solo perché abbiamo leggi che ci tutelano.

Qui in Italia, per esempio, nessuno potrebbe acquistare un’arma come acquista una baguette o un chilo di banane; ma può ricorrere ad alternative di ripiego. Notava, infatti, Adriano Sofri sul blog di Il Foglio, che Cruz era armato di un AR-15 Rifle, “un fucile semiautomatico… pensate davvero che i nostri affabili episodi quotidiani, una coltellata subito pentita alla guancia della professoressa, una gragnuola di cazzotti sulla faccia del professore e così via, non saprebbero fare tesoro del salto tecnologico consentito dalla disponibilità di strumenti come l’AR-15?”. Come si dice: l’occasione fa l’uomo ladro. Mentre l’occasione per essere narcolettici l’abbiamo già avuta, e si è propagata alla velocità delle reti mediatiche, le quali non sono soltanto una copia tecnologica delle reti neuronali del nostro cervello, ma le modellatrici di un nuovo sentire. Fin dall’infanzia.

Competitivi fino a morire
In una puntata di una serie umoristica americana, alcuni genitori riunitisi in una casa per socializzare, stendono in terra un tappeto persiano e vi fanno gattonare i loro bebè. Ognuno incita il proprio “fido” affinché superi gli altri per giungere primo alla fine del tappeto, a un traguardo da conquistare. Esseri umani, benché attrezzati solo di pannolini e biberon, costretti a competere. Sarà così per tutta la vita, per una grande maggioranza di americani: competere o annullarsi.

Non mi sogno neppure lontanamente di trovare accezioni negative alla parola “competizione”; dipende da come si compete.

Se competere significa sopraffare l’altro, gongolare per la sconfitta dei rivali, sprofondare qualora la competizione si sia svolta a nostro svantaggio, allora sì che mi sfogo a scovare termini negativi. Se competere significa mordere la vita perché non la si possiede, o la si è svuotata di senso, allora ben vengano gli accostamenti ingiuriosi.

Sparare, prendere a pugni o a coltellate un insegnante perché ci ha giustamente ripresi, è aver sbagliato binario sulla corsia della vita. Colpa anche di genitori che non sanno più indicare mete. Questo è il vero problema degli Stati Uniti, dei suoi conduttori, dei suoi giovani. È “La malattia dell’Occidente”, per usare il titolo di uno stupendo studio dello psicanalista Ivano Spano. È la malattia della competizione, dei traguardi illusori proposti da genitori, anch’essi in eterna competizione. Da ragazzo, quando giocavo a calcio, puntualmente mi piovevano addosso gli sberleffi di cinici “amici” che si divertivano a chiamarmi “mozzarella” per la mia carnagione piuttosto chiara. Oggi ho 64 anni, non ho preso la pistola per spararmi o per fare una strage dei miei compagni di squadra; ho tre figli che non potranno mai rimproverarmi di averli messi in competizione con i loro simili, e sono felici di ciò che sono. Non avevo una pistola nel cassetto; avevo però tenuto vivo nel mio cuore il vero senso della vita.
Abbiamo un esercito di giovani dotati di smartphone, ma privi di significati per affrontare la vita?

La vita senza significato
Nel libro del 1968, La rivoluzione della speranza, Erich Fromm già rivelava che la società stava sperimentando una certa indifferenza per la vita; perché era attratta da elementi tecnici e preferiva la “non-vita”. Una società che preferiva “gli oggetti alle cose viventi, la ripetizione all’originalità… Questa gente vuole controllare la vita perché spaventata dalla sua irrefrenabile spontaneità e preferisce ucciderla”.2 Lo stesso Spano commenta e aggiunge: “Una riflessione a parte meriterebbe il fenomeno, sempre più significativo, dei suicidi nel mondo (un milione all’anno, il doppio degli omicidi)… Chiamerei questi suicidi ‘omicidi sociali’, prodotto di questa società del disagio, incapace di creare lo spazio propriamente umano della socialità come luogo della valorizzazione non economica della persona, tesa, quindi, a preservare e conservare se stessa piuttosto che la vita”.3

Uccidere per uno smacco, per una sconfitta, per un no. Significa aver già ucciso la vita in noi. I nostri giovani continueranno a uccidere, perché noi abbiamo ucciso in loro il senso della vita reale.
Gesù, vedendo in prospettiva i nostri tempi, ci ha avvertiti: “Il male sarà tanto diffuso che l’amore di molti si raffredderà”.4 Come dire: avrete insegnato a falsificare la vita ed essa si può ribellare sulla punta di una pistola.

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Note
1 La sparatoria nella scuola superiore in Florida, del 14 febbraio scorso, è la diciottesima solo dall’inizio del 2018, ed è l’ottava con morti e feriti. Dal 2014 ci sono state 291 sparatorie negli Stati Uniti, in media una a settimana; sono state uccise 400 persone, tra le quali molti bambini. Nei primi 45 giorni del 2018, ventidue persone sono state uccise e decine sono state ferite nelle scuole o nei pressi degli istituti scolastici.
2 Citato in I. Spano, La malattia dell’Occidente, Guerrini Associati, Milano, 2016, p. 39.
3 Ivi, p. 40.
4 Matteo 24:12, Tilc.