N23-Nev-Papa dai valdesiOccasione propizia per un discorso sincero sullo stato dei rapporti tra valdesi, evangelici e cattolicesimo romano. Rimangono tuttavia alcuni interrogativi…

Davide Romano – Come molti di voi avranno appreso, lunedì 22 giugno il papa, che si trovava già a Torino per una serie di iniziative, ha fatto visita alla chiesa valdese presso il tempio di corso Vittorio Emanuele II, che è anche il tempio più antico d’Italia, costruito pochi anni dopo la concessione delle lettere patenti.

I nostri fratelli valdesi hanno voluto rendere partecipi di questo evento, davvero inedito, diverse altre comunità evangeliche tra cui anche la chiesa avventista.

In casi come questi si teme sempre che il risalto mediatico dell’iniziativa, la brevità della durata della visita e l’ovvio paludamento liturgico dell’evento, non lascino spazio a un autentico incontro tra fedi cristiane di lungo radicamento e che molto si sono scontrate – specie ai danni della minoranza valdese – in un passato ormai lontano ma non sepolto.

A dispetto di questo pregiudizio che anch’io nutrivo, l’occasione si è rivelata invece propizia anche ai fini di un discorso sincero sullo stato dei rapporti ecumenici tra i valdesi, ma si potrebbe dire, in un certo qual modo, tra gli evangelici e il cattolicesimo romano.

Il moderatore della Tavola Valdese, past. Eugenio Bernardini, non ha infatti mancato di sottolineare, pur nel quadro di una profusa cordialità ed elencando altresì le diverse proficue collaborazioni con la chiesa di Roma su diversi progetti, almeno due aspetti teologici sui quali tra le chiese evangeliche e il cattolicesimo permane un dissenso: la considerazione da parte cattolica delle chiese evangeliche come mere “comunità ecclesiali” (meglio che sette, ndr.), locuzione che qualunque cosa significhi indica comunque il persistere di un’evidente intenzione svalutativa, e la mancata ospitalità eucaristica, che mal si addice al carattere aperto e accogliente della mensa del Signore.

Il papa, per parte sua, ha compiuto un gesto di grande sensibilità sul piano storico ed etico, chiedendo perdono per il modo “non cristiano e sovente disumano” in cui la chiesa di Roma ha trattato i valdesi in otto secoli di storia.

Tutto bene dunque?

Per quel che ci si poteva attendere da un simile incontro, direi di sì!

Rimangono tuttavia una serie di interrogativi che probabilmente molti evangelici, e anche noi avventisti, ci portiamo a casa. Per brevità ne elencheremo due:

1. Questo papa vorrà davvero superare quel paradigma ecclesiocentrico romano che sembra fin qui essere stato la cifra del cattolicesimo non solo della controriforma ma per molti versi anche del post-concilio?

In pratica: la prima domanda del moderatore troverà risposta anche con atti formali dogmaticamente motivati?

Il gesto compiuto lunedì sembra andare nella giusta direzione; e ce ne rallegriamo; ma i gesti se non diventano, in tempi ragionevolmente brevi, prassi strutturata e normata di una chiesa, si caricano di ambiguità fino a scadere in pantomima ecumenica. Per una chiesa fortemente sacramentale come quella cattolica non dovrebbe essere difficile intuirlo.

2. Il moderatore E. Bernardini, in un passaggio del suo discorso, ha parlato del valore della laicità e della libertà religiosa. Questi temi formeranno oggetto di un impegno concreto della chiesa di Roma?

La domanda potrebbe sembrare provocatoria e me ne scuso; ma agli evangelici italiani non basta che il papa si esprima per la libertà religiosa dei cristiani perseguitati nel mondo, argomento delicatissimo e meritevole di preghiere e di appelli; come avventisti chiediamo che anche nel nostro paese, ad esempio, il cattolicesimo, che certamente interpreta il sentimento religioso di una larga maggioranza, rinunci tuttavia a esercitare una sorta di golden share sui diritti civili e sulle agenzie pubbliche (come la scuola) nel nome di una più equa e laica fruizione dello spazio pubblico per tutti i cittadini e le cittadine di ogni fede. Al riguardo, l’accenno del pontefice, in chiusura di discorso, alle “importanti differenze di natura antropologica ed etica” tra le chiese, sono comprensibili, ma non ci rassicurano.

Queste due questioni hanno molteplici implicazioni e prevedono anche l’intervento di altri protagonisti istituzionali, ce ne rendiamo conto, ma si misura su temi di questa portata la volontà di cambiamento che un pontificato intende imprimere al corso dei rapporti ecumenici e il contributo che intende offrire alla società plurale italiana.

A noi evangelici, e per quanto ci riguarda a noi avventisti, spetta altresì l’onere della prova di voler essere interlocutori fraterni e operosi di questo grande mondo cattolico e delle tante anime che lo abitano e lo interpretano, compresa quella di papa Francesco.

(Davide Romano è pastore e direttore del dipartimento Affari pubblici e Libertà religiosa dell’UICCA)
(Foto: NEV)

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