Sia garantita in ogni azienda e in ogni esercizio commerciale la libertà religiosa e di culto dei singoli lavoratori.

Davide Romano – “Sono molto addolorato e sono contrario a privare i cristiani, e non solo i cristiani, della Pasqua, ma non posso essere sorpreso se una società quasi completamente secolarizzata, dopo aver rinunciato al riposo domenicale, dimentica la Risurrezione di Nostro Signore” (Mons. Vittorio Viola, vescovo di Tortona).

“Sul lavoro domenicale sono pienamente solidale con i sindacati…” (Mons. Cesare Nosiglia, vescovo di Torino)

Nei giorni scorsi la decisione di un outlet, quello di Serravalle Scrivia, in Piemonte, di precettare i lavoratori anche nella domenica di Pasqua ha nuovamente innescato una polemica che imperversa già da alcuni anni, non soltanto in Italia in verità, e che non manca anche di generare peculiari alleanze – come quella fra la CEI e alcune sigle sindacali – come le dichiarazioni sopra riportate testimoniano.

Com’è noto esiste anche un network europeo, la European Sunday Alliance, formato da organizzazioni sindacali e comunità religiose, tra cui la COMECE (Commissione delle conferenze episcopali europee), che si battono per ottenere la domenica libera dal lavoro ed esercitano una azione di lobbying presso le istituzioni europee.

I toni su questa vicenda sono cresciuti molto, non solo sul quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, che ha ospitato articoli e pareri di qualificati giuristi e opinionisti invocanti una legge che limiti l’effetto delle liberalizzazioni degli orari e dei giorni di apertura dei centri commerciali, voluta dal governo Monti, ma anche in altri quotidiani e mezzi di comunicazione. Come non bastasse, diversi parlamentari hanno fatto sentire le loro lagnanze sui demoni della liberalizzazione selvaggia che avrebbe, a loro dire, impoverito il nostro paese e contribuito a precarizzare il sacro istituto della famiglia.

Naturalmente non è dato sapere se i medesimi parlamentari siano assidui frequentatori delle messe domenicali o delle mense familiari, o abbiano soltanto colto l’occasione per dichiarare il proprio collateralismo un po’ posticcio, invero, ai vertici della Chiesa di Roma.

Al netto di polemiche strumentali – e su questo come su altri temi le polemiche strumentali ad affermare il peso di una identità confessionale nel nostro Paese incidono eccome – il problema della salvaguardia del giorno di riposo esiste e non vogliamo negarlo.

Ciascuno poi lo fa coincidere con le istanze della propria fede religiosa o con obiettive esigenze familiari o di altra natura. Gli avventisti, ad esempio, sono da sempre particolarmente scrupolosi nell’osservanza del sabato biblico come giorno di riposo e di culto, e si astengono dal lavoro in tale giorno, recuperando quelle ore in altre giornate, compresa la domenica.

Ciò che non ci sentiamo di condividere è la pretesa di stabilire per legge un giorno di riposo che sia valido per tutti, costringendo gli esercizi commerciali a restare chiusi. Siamo contrari non perché la battaglia appare abbastanza velleitaria, ma per precipue ragioni di merito.

Sin dalla legge 370/1934 e successive modifiche, la nostra legislazione sul lavoro contempla il diritto per tutte le categorie di lavoratori, ma con corpose deroghe, di un riposo di 24 ore consecutive ogni settimana; che la giornata destinata al riposo fosse la domenica era pressoché pacifico, secondo quanto statuito dall’art. 3 della legge del ’34.

Ma anche il più recente art. 9 del decreto legislativo 66/2003 ribadisce, con corpose deroghe e rinviando sovente a quanto diversamente statuito da una contrattazione collettiva, che la domenica, di regola, sia considerato il giorno di riposo.

Le numerose deroghe previste per diverse categorie di lavoratori e per i diversi settori lasciavano tuttavia intravedere i limiti di questa impostazione che pretendeva di determinare un giorno unico festivo per tutti.

La liberalizzazione delle attività, e degli orari e dei giorni di apertura, degli esercizi commerciali intervenute con il decreto Salva Italia (D.L 201/11) di Mario Monti, che peraltro recepivano la disciplina dell’Unione europea, ha fatto cadere vincoli che sovente erano nei fatti disattesi o continuamente derogati dagli organismi regionali e comunali e che in qualche modo si riteneva fossero un inceppo allo sviluppo economico del paese. Quanto la liberalizzazione abbia realmente giovato allo sviluppo e alla creazione di nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro, non sta a noi dirlo: i pareri sono divergenti.

Ma in un tempo in cui il panorama religioso e culturale del nostro paese è sensibilmente mutato pluralizzandosi, immaginare di ristabilire un giorno festivo uguale per tutti – a meno che non sia una festa laica come il 2 giugno – e nel quale tutti dovrebbero smettere di lavorare contrasta proprio con i valori che si pretende di salvaguardare.

Sia piuttosto garantita in ogni azienda e in ogni esercizio commerciale la libertà religiosa e di culto dei singoli lavoratori. Ci sarà chi vorrà far festa la domenica, perché cristiano cattolico o evangelico, o semplicemente perché vuole fruire di quel giorno per motivi familiari; ci sarà chi vorrà far festa il sabato perché evangelico avventista o di religione ebraica; ci potrà essere chi chiederà il venerdì, o alcuni altri giorni particolari anche durante l’anno, in tal caso il datore di lavoro dovrebbe poter rispondere a tali esigenze diversificate e tutte meritevoli di tutela, organizzando il personale nei vari cicli produttivi in corrispondenza alle esigenze dei singoli, senza imporre un unico tempo festivo a tutti. Il passaggio dalle care vecchie feste comandate alle feste richieste, potrebbe apparire più caotico, non c’è dubbio, ma di certo più appropriato e rispettoso della sensibilità di tutti. Anche di chi volesse fare la spesa di domenica, con buona pace di Monsignor Nosiglia.

 

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