giovedì, luglio 19, 2018
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Essere donna musulmana nel Regno Unito

Una conferenza al Newbold College, in Inghilterra, ne evidenzia le difficoltà.

Notizie Avventiste – Julie Siddiqi è stata l’ospite del Newbold Diversity Centre, a metà febbraio, dove ha tenuto una conferenza sul tema “Being a Muslim Woman in the UK: A Perspective”. L’evento è stato seguito soprattutto dagli studenti e dai docenti del Seminario avventista inglese “Newbold College”. Nota giornalista e scrittrice, già direttrice della Muslim Society of Great Britain, J. Siddiqi è nata e cresciuta nel Surrey, ed è una convertita britannica.

Ha iniziato la presentazione sottolineando di raccontare semplicemente la propria esperienza e le sue lotte per quanto riguarda le problematiche dell’identità. I musulmani nel Regno Unito sono molto diversi gli uni dagli altri perché provengono da varie parti del mondo, quindi non sono una voce unitaria, organizzata. In quanto tale, a suo parere, non ha senso parlare di “comunità musulmana”. Ha anche condiviso l’angoscia provata quando, dopo l’attentato al Manchester Arena, suo figlio piccolo le aveva chiesto: ” È stato un musulmano?”.

J. Siddiqi ha presentato alcuni dati interessanti sull’islam nel Regno Unito. La prima moschea, costruita appositamente per questo scopo, fu eretta nel lontano 1889, a Woking, nel Surrey. Ora ci sono circa 1.500 moschee in tutto il Paese, molte delle quali sono piccole. Circa un terzo di queste moschee non ha un posto designato per le donne durante le preghiere del venerdì, una situazione che la relatrice ha definito inaccettabile.

I musulmani sono 2 milioni nel Regno Unito e costituiscono il 4,8% della popolazione nazionale. Sono quindi molto meno numerosi di quanto le persone generalmente immaginino. Di essi, il 50% è sotto i 25 anni di età, il che pone problemi interni. J. Siddiqi ha anche rilevato che oltre il 90% della popolazione non musulmana del Regno Unito non ha mai messo piede in una moschea.

Celebrità islamiche, come la campionessa l’olimpionica Mo Farah e la vincitrice del programma televisivo “Bake Off”, Nadia Hussain, contribuiscono a ridurre i pregiudizi ma, secondo J. Siddiqi, le piccole iniziative locali sono gli strumenti principali per promuovere l’integrazione. I musulmani donano regolarmente una percentuale del loro reddito in beneficenza e sono stati tra coloro che hanno dato maggiore aiuto dopo l’incendio della Torre di Grenfell, a Londra.

J. Siddiqi ha partecipato all’organizzazione di varie iniziative volte a creare comprensione tra i diversi segmenti della popolazione britannica. Nella sua vita dedicata all’attivismo comunitario, ha collaborato nel riunire donne musulmane, cristiane ed ebree per formare una catena umana di testimonianza silenziosa lungo il ponte di Westminster, nel marzo 2017, dopo che un uomo musulmano aveva seminato caos e terrore nei giorni precedenti. Ha ispirato il movimento “Open My Mosque” e, durante il Ramadan, ha organizzato il “The Big Iftar”, aperto a tutti. Nel “Sadaqa Day” ha raccolto 100 milioni di sterline alla fine del Ramadan, da devolvere in beneficenza. Le iniziative più importanti restano tuttavia le attività di volontariato per pulire aree cittadine, il banco alimentare e i rifugi per i senzatetto.

La giornalista non ha sorvolato sulle terribili atrocità perpetrate dai musulmani in Gran Bretagna e all’estero. Prova angoscia e vergogna per loro ma soprattutto preoccupazione per i suoi quattro figli che cercano di dare un senso all’islam. Insieme a donne di fedi diverse e laiche, si impegna a creare una maggiore comprensione delle differenze, in modo che le azioni violente, perpetrate di solito da giovani uomini, possano essere neutralizzate.

Inoltre, ritiene che molti dei problemi associati all’islam siano parte di un problema sociale molto più profondo. Gli attacchi terroristici islamici somigliano all’ultimo massacro avvenuto in una scuola americana o alla violenza delle gang. Salvaguardare è un problema tanto in Oxfam quanto nelle comunità musulmane. Ogni sottomissione delle donne musulmane fa parte del più ampio problema della violenza contro le donne, evidenziato nella campagna “#MeToo”. J. Siddiqi ha sottolineato che le donne musulmane stanno cercando di contrastare le terribili azioni fatte in nome di Dio da una pericolosa e piccola minoranza di uomini islamici.

Alla fine, la serata ha lasciato tante domande senza risposta, ma una conversazione aperta tra una donna musulmana e un pubblico di persone molto diverse può solo essere di aiuto nell’impegno di rendere la nostra società un luogo più sicuro per i nostri figli.

[Fonte: Michael Pearson, tedNews)