giovedì, luglio 19, 2018
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Daniele in breve. Caddi con la faccia a terra

Francesco Zenzale – “Poi udii il suono delle sue parole, ma appena le udii caddi assopito con la faccia a terra” (Da 10:9).

La visione di Daniele, come anche quella di Ezechiele e di Giovanni, tratteggia la gloria e l’attività di Dio in favore dell’umanità, dei suoi figli e la reazione psico-fisica dei nostri eroi della fede. Daniele cadde “assopito con la faccia a terra”. Ezechiele cadde «con la faccia a terra» (Ez 1:18) e Giovanni cadde «ai suoi piedi come morto» (Ap 1:17)

Non è la prima volta che il novant’enne Daniele è schiacciato dalla presenza di Dio e dal contenuto delle visioni. Nel settimo capitolo del suo libro, il profeta fu “molto spaventato dai miei pensieri e il mio volto cambiò colore” (Da 7:28). Nell’ottavo, crolla “la faccia a terra, profondamente assopito”, per poi svenire e ammalarsi per diversi giorni (Da 8:17-18, 27).

Il modo in cui Daniele, Ezechiele e Giovanni, reagiscono alla presenza della gloria di Dio impone una serena e indicativa riflessione .

Il credente dovrebbe essere pervaso da un sentimento di affettuoso dolore o di commossa e intensa partecipazione nei confronti di chi soffre. Questa evangelica attitudine, dalla quale dovrebbero fluire atti di carità cristiana (cfr. Mt 25:31-46), è inadeguata se la rapportiamo a Gesù. Indubbiamente, le ultime ore della vita di Gesù suscitano un’intesa pietà e chiariscono anche il significato delle seguenti parole: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (Lu 9:23); e ancora, “chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo” (Lu 14:27). Ma Gesù non è stato solo un uomo di dolore, familiare con l’umana sofferenza (cfr. Is 53), che ancora oggi suscita un’avvertita e commossa partecipazione. Egli è risuscitato ed è alla destra di Dio. È un essere divino e glorioso!

Ciò significa che nell’indugiare incessantemente sulla croce, avvertendo un sentimento di intensa pietà per la sofferenza di Gesù, potremmo essere accomunati alle pie donne, le quali ricevettero, da colui per il quale erano impietosite, il seguente invito: “Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: ‘Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato’. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadeteci addosso’; e ai colli: ‘Copriteci’. Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?” (Lu 23:27-30).

Gesù ci invita a non “piangere” per lui, quanto per noi stessi e per i nostri figli o per le future generazioni. Il motivo per cui Gesù percorse quella “dolorosa mulattiera” non aveva nulla a che fare con lui, con la sua natura umana e divina, quanto con la nostra natura fragile e trasgressiva. Qualora dovessimo perdere di vista Cristo, il Redentore, urleremmo ai monti “Cadeteci addosso; e ai colli “Copriteci” (cfr. Ap 6:15-17) nel giorno in cui ritornerà.

Queste parole esprimono il pensiero che oltre al Gesù sofferente e redentore, dovremmo contemplare soprattutto il Gesù glorioso, trionfante. In tal modo, come Daniele, anche noi ci troveremmo, senza paura, “con la faccia a terra” o “ai suoi piedi come morto” e con la consapevolezza che l’attuale corruttibile è indegno e friabile (1 Co 15: 42-45), non è in grado di vivere alla presenza della natura divina e gloriosa di Gesù.