Francesco Zenzale – Settanta settimane d’anni “per far cessare la perversità…” (Da 9:24).
Siamo alla fine degli anni di deportazione del popolo d’Israele in Babilonia; presto gli esuli avrebbero avuto la gioia di tornare a casa, di ricostruire il tempio e la citta eterna: Gerusalemme. Finalmente la pace, il benessere e la gioia di onorare il Signore nel suo tempio, la cui gloria sarebbe stata superiore a quella precedente, considerando l’evento messianico. Ma dai contenuti della preghiera di Daniele, era importate resettare l’indecoroso passato, ponendo fine, prima di tutto, alla perversità. Gli accorati appelli rivolti dal Signore, nel corso dei secoli, tramite i profeti, erano stati disattesi: Israele persisteva nella cattiveria e nell’ingiustizia.

Il Signore aveva invitato il suo popolo a “non commetterete ingiustizie nei giudizi, nelle misure di lunghezza, nei pesi o nelle misure di capacità”, ad avere “bilance giuste, pesi giusti, efa giusto, hin giusto” (Le 19: 35-36). Invece non vedeva l’ora che finisse il novilunio e il sabato per “aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare” (Am 8:5). Digiunavano per litigare, per fare discussioni e colpire con pugno malvagio (Is 48:4). Il profeta Isaia descrive la loro perfidia con le seguenti parole: “Le vostre mani infatti sono contaminate dal sangue, le vostre dita dall’iniquità; le vostre labbra proferiscono menzogna, la vostra lingua sussurra perversità” (Is 59:3).

Nonostante gli addolorati appelli a porre fine a questo intollerabile comportamento (Is 58; Gr 7), Israele perseverò nella sua devastante azione (Da 9:13). All’invito a migliorare la loro immorale condotta, a non opprimere lo straniero, l’orfano e la vedova, a non spargere sangue innocente, a non rubare, commettere adulterio e giurare il falso, il popolo eletto rispose continuando a confidare nelle parole menzognere di coloro che dicevano: “Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!” (Gr 7:4), come se il tempio avesse in sé qualcosa di magico, in grado di preservarli dall’esilio.

La proscrizione era inevitabile. Essa non sgorgò da una delibera divina, né aveva la funzione di detergere la crudeltà degli istraeliti. L’esilio fluì dal rifiuto di ascoltare il Signore e da scelte politiche sociali e amministrative spregevoli. Indubbiamente, i deportati avevano avuto modo di riflettere sulle loro azioni, ma l’esilio non ebbe alcunché di espiatorio. Così anche il ritorno nell’amata terra.

La sofferenza non ha mansioni espiatrici come alcune religioni insegnano. Essa è utile a riflettere sul perché o sulla causa che l’ha provocata, affinché, su invito divino e nella sua compassione, si possa rimediare: “settanta settimane sono state fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la perversità” (Da 9:24).

Dall’accorato appello di Daniele alla misericordia di Dio, fluisce una risposta sincera, pratica e contraria a ciò che ha determinato l’esilio: riscoprire e praticare la giustizia sociale e ammnistrativa (Is 58).

Per saperne di più: assistenza@avventisti.it

 

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