giovedì, dicembre 14, 2017
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Daniele in breve. Mettere fine al peccato

Francesco Zenzale – Settanta settimane d’anni “per mettere fine al peccato” (Dn 9:24).

Esiste una significativa differenza fra la perversità e il peccato. La malvagità, nelle sue variegate forme, si espleta a danno del prossimo per trarre vantaggi personali. Essa fluisce dalla natura umana iniqua, priva di significato, di valori etici e spirituali.

Il peccato, lo si elabora nei confronti di Dio e a danno di se stessi. A differenza della malignità, il peccato ha in sé il germe della non esistenza. Esso è autodistruttivo. Paolo evidenza che “il salario del peccato è la morte” (Ro 6:23) e nella Prima lettera ai Corinzi precisa che “il dardo della morte è il peccato” (1 Co 15:56).

Non credo che esista una definizione esaustiva del peccato, perché ha qualcosa di misterioso, di inspiegabile. Giovanni da una definizione giuridica: “Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge” (1 Gv 3:4). Analizzando Genesi 3, possiamo cogliere un insieme di elementi che ci aiutano a vestirlo, a dargli una compagine identificatrice: rivendicazione, rivolta, mancanza di fiducia, egoismo, trascendenza (essere come Dio), ecc.

La parola ebraica chattaôth esprime l’idea di rottura della relazione con Dio. Un taglio netto con la sorgente della vita, dell’etica e dell’amore. Da questa profonda lacerazione, caratterizzata dall’ostinatezza nel voler essere come Dio, è fluito il germe della morte, del nulla. Se prima, in Adamo ed Eva, eravamo degli esseri viventi destinati a vivere eternamente, adesso siamo polvere (Ge 3:19). Dal peccato è sgorgata una patologia congenita irreversibile che conduce all’autodistruzione e che si trasmette alle successive generazioni, senza soluzione d’interruzione. Siamo “concepiti nel peccato” (Sl 51:5; Ro 5:12), scrivono il salmista e l’autore della Lettera ai Romani. Ciò significa che siamo degli esseri viventi biologicamente degradabili.

Perciò, “mettere fine al peccato” significa risistemare la relazione di fiducia con Dio, dalla quale sgorga l’uomo nuovo: spiritualmente, socialmente ed eticamente utile per la preparazione dell’evento Messia, il Salvatore. Nelle ingiunzioni nel “far cessare la perversità” e nel “mettere fine al peccato”, Dio invita il suo popolo ad anticipare l’opera umanitaria, imparziale e spirituale di Cristo, che è stata personificata e annunciata da Giovanni il battista, quale precursore di Cristo (Is 40:3-4; Ml 3:1; cfr. Mt 3:3; Mr 1:3; Lu 3:4; Gv 1:23).

In breve, il peccato è alla base del comportamento depravato e perverso. Di conseguenza, nella prospettiva della beata speranza del ritorno di Cristo, siamo invitati a porre fine alla cattiveria, riallacciando un sereno e fiducioso rapporto con Dio. “Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tt 2:11-13).

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