giovedì, dicembre 14, 2017
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Daniele in breve. Espiare l’iniquità


Francesco Zenzale
– Settanta settimane d’anni “per espiare l’iniquità” (Da 9:24).
Gli aspetti teologici dei 490 anni riguardano l’uomo nella sua relazione con il prossimo e con Dio, e il sistema cultuale ebraico, vissuto nella prospettiva messianica ed escatologica. La perversione e il peccato pertinenti all’uomo si dissolvono grazie alla misericordia Dio (Is 44:22), che era rappresentata dalla prima parte del servizio solenne nel santuario, precisamente dal sacrificio cruento (Eb 9:22). Per quanto il peccatore riconosca e confessi il suo peccato e pianga per la sua bassezza, ciò non include l’assoluzione. La contrizione e il riconoscimento che si esplicitano in relazione a Dio e al prossimo non sono disposizioni d’animo dai quali prorompe il proscioglimento dal peccato. L’espiazione o la copertura dell’iniquità, dal termine ebraico ulekapper, passa attraverso l’”Altro”: il sacrificio.

Ciò significa che la soluzione al peccato si situa nell’ambito della misericordia di Dio, che si manifesta in un gesto cruento per il quale l’uomo non può addurre alcunché. Infatti, il pio israelita avvicinandosi all’altare dei sacrifici, confrontandosi con il supplizio dell’agnello o del montone, ravvisa il dramma della morte come evento traumatico, che fluisce dal peccato, per il quale la soluzione è di pertinenza divina, nella prospettiva della croce (Gv 1:29). In altre parole, non è l’uomo che emenda la trasgressione, ma Dio.

Che cosa significa espiare o coprire il peccato? In che modo Israele doveva vivere questa esperienza?
Espiare il peccato significa vivere il sistema cultuale ebraico con senso di responsabilità messianica. Israele non doveva semplicemente ricostruire il tempio e vivere all’ombra della grazia di Dio simboleggiata dal rituale, ma soprattutto personificare ciò che esso rappresentava in termini messianici. Da un punto di vista architettonico il santuario – praticamente simile ai santuari cananei – non aveva alcun valore teologico, così anche il complesso cultuale, se non in vista dell’evento messianico-escatologico. Dio era interessato a coinvolgere il suo popolo in un’esperienza unica e indimenticabile: anticipare e partecipare all’evento soteriologico.

Un privilegio che Israele non ha saputo cogliere. Giovanni riporta quanto segue circa l’atteggiamento nei confronti di Gesù: “È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto” (Gv 1:11). La tristezza di Dio è stata immensa. Aveva accordato tutto il tempo necessario per prepararsi all’evento, ma Israele l’ha disatteso.

Non sappiamo quale ruolo avrebbe avuto nell’esperienza evangelica la “nazione eletta” qualora avesse accettato il Messia, ma siamo sicuri che a tutti coloro che hanno ricevuto Gesù “egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Gv 1:12-13).

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