lunedì, maggio 21, 2018
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Daniele in breve. Antico e nuovo patto

Francesco Zenzale – “Egli stabilirà un patto con molti, per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta” (Da 9:27).

La morte del Messia segna la fine dell’antica alleanza e l’inizio di un nuovo patto. Con esso si compie la promessa fatta ad Abramo: “Tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce» (Ge 22:18). Infatti, la nuova alleanza non è stata affidata a nessun popolo particolare o confessione religiosa. Ogni essere umano può redigere la sua alleanza con Dio a titolo personale: “Se siete di Cristo, siete dunque discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Ga 3:29).

Riguardo al vecchio patto, l’autore della Lettera agli Ebrei evidenzia che era difettoso (Eb 8:6-7; 7:22). I motivi fondamentali della sua incompiutezza sono diversi:
– Perché era stato redatto con norme di culto tipiche del contesto religioso e culturale del tempo. Anche i pagani offrivano sacrifici cruenti di animali.
– Il complesso cultuale ebraico che si svolgeva nel santuario prefigurava ciò che il Messia ha realizzato con la sua morte e risurrezione (Eb 8 e 9). In altre parole, il rituale del santuario, centro del patto sinaitico (Eb 9:1), annunciava già, con il suo carattere provvisorio (Eb 8:13), che la soluzione definitiva al problema del peccato doveva venire da Dio (Eb 9:15), l’unico ad essere in grado di risolverlo.
– In un contesto di infedeltà verso Dio, in cui Israele era sul punto di scomparire, invaso da eserciti stranieri, il profeta Geremia annuncia la nuova alleanza dal carattere definitivo (Gr 31: 31-34; cfr. Eb 8:6-13; Ez 36:24-28).
– L’antico patto, a causa della perfidia del popolo eletto, poteva essere annullato in qualsiasi momento (Gr 11: 8-10; 14:21; Os 6:7; 8:1). Se ciò non è avvenuto, è in virtù della promessa fatta ad Abramo e a Davide (Ge 22.18; 2 Cr 21:6-7), della misericordia di Dio e della sua volontà nel portare a compimento le promesse in esso contenute. “Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso, dice il Signore, che ha pietà di te” (Is 54:10).

Gesù, durante l’ultima cena, era ben consapevole che il primo patto stava per esaurire la sua funzione pedagogico-spirituale e che una seconda alleanza sarebbe stata inaugurata con la sua morte: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22:20; cfr. Mt 26:28; Mr 14:24; 1 Co 11:25). Nella Seconda lettera ai Corinzi, Paolo fa presente che gli israeliti, a causa della loro ostinatezza, non riescono a capire che in Cristo l’antico patto è stato abolito (2 Co 3:14).

La morte cruenta del Mashiach Nagîd, avvenuta “in mezzo alla settimana” d’anni, vale a dire nella Pasqua dell’anno 31 d.C., segnò la fine del suo ministero messianico, il compimento del complesso sacrificale, fondamento liturgico dell’antica alleanza (Gv 1:19). Quest’ultimo aspetto è stato sugellato da un segno inequivocabile: il “lacerarsi in due da cima a fondo” della “cortina del tempio” tra il “santo” e il “santissimo” nell’istante in cui Gesù Cristo “rese lo spirito” (Mt 27:50-51).

È interessante evidenziare che anche la nuova alleanza è stata convalidata con un segno opposto rispetto al precedente, che sanciva la fine di un sistema religioso. La cortina del tempio che si squarcia in due indica rottura con il passato e con la morte, così presente in ogni sacrificio cruento e incruento, a tal punto che era quasi impossibile cogliere la misericordia di Dio in termini di risurrezione, con la quale il nuovo patto è stato sigillato. Prima ancora che Gesù tornasse in vita, il testo biblico ci informa che “le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono; e, usciti dai sepolcri, dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti” (Mt 27:52:53). Ciò significa che dalla morte di Cristo fluisce concretamente la vita. Pertanto, la morte è stata definitivamente sommersa nella vittoria (1 Co 15:5-55).

Concludiamo questo breve excursus evidenziando che entrambe le alleanze, benché siano state stipulate da Dio, e quindi dal valore eterno riguardo alle promesse in essi contenute, hanno un comune denominatore: il contraente. L’uomo, la sua fragilità e la sua libertà di muoversi nell’ambito della misericordia di Dio, oppure di deambulare fuori di essa. In altre parole, gli esiti eterni di una vita vissuta nel peccato (Ro 5:12) dipendono da noi. “Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza”» (De 30:19).