lunedì, giugno 25, 2018
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Apocalisse in breve. La beata speranza

NA - Notizie AvventisteFrancesco Zenzale – Scriveva Emil Brunner: “La più grande tragedia dell’uomo è la disperazione, cioè la situazione di chi non ha più speranze. Si è nella disperazione quando manca la certezza del ‘Dio che viene’. Ci si rassegna allora al mondo così com’è e al proprio sconfortante destino. Certo, si seguita a sperare, ma solo in un graduale miglioramento che la civiltà e il progresso apporteranno. Si pensa che ‘il fondo è buono’, che vi sono ‘grandi risorse nell’umanità’, e così via. Ma ciò equivale a non aver niente in cui sperare. Se dobbiamo dipendere dalle nostre sole risorse, dalle forze insite nel nostro mondo, allora siamo davvero perduti. Non vi può essere sviluppo di forze umane capaci di liberarci dalla tragedia del peccato, della morte. Se davvero c’è da contare solo sulle nostre forze e su quelle del mondo, non abbiamo altra prospettiva che il totale fallimento”.

Dinanzi ai problemi drammatici che angosciano la società post moderna, a volte anche i cristiani restano disorientati o sprofondano nel pessimismo. Questo avviene perché troppi fra loro hanno dimenticato che la storia, al di là delle sue contraddizioni, non è “allo sbando”, ma sfocerà in una rivoluzione operata da Dio stesso.

Si tratta di una promessa del Signore, ribadita tante volte negli scritti neotestamentari: “Io tornerò”. Anche se, per la coscienza moderna, tutto ciò può sembrare una facile deresponsabilizzazione, il Signore ci invita a guardare al futuro con speranza e ottimismo, pur non dimenticando i nostri fratelli che oggi soffrono. Il messaggio della Bibbia è che il destino del mondo non è lasciato in balia del caso e delle passioni umane; esso ci dice che il Signor Gesù tornerà materialmente e visibilmente per giudicare ogni uomo, per offrire la vita eterna ai credenti e per far cessare il peccato, la sofferenza, l’ingiustizia e la morte. Quest’attesa era parte integrante della fede della chiesa primitiva. Era la “beata speranza” di cui parla l’apostolo Paolo (cfr. Tito 2:13).

I credenti della prima generazione non avevano alcun dubbio che Gesù sarebbe tornato e che la storia era in marcia verso il suo punto cruciale. Nella tradizione della chiesa primitiva era anche chiarissimo che non ci si può chiamare credenti senza credere che Gesù verrà ancora. Il Vangelo stesso sarebbe incompleto se fosse privo sia della prima sia della seconda venuta di Cristo.

Sapere che Cristo sarebbe venuto di nuovo modellò le vite, i valori, le scelte dei primi credenti e così dovrebbe essere per noi. L’apostolo scrisse: “(Tale realtà) ci insegna a rinunziare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e salvatore, Cristo Gesù» (Tito 2:12-13).

Nel messaggio ispirato da Dio e nell’antica tradizione cristiana, il problema non è se Gesù tornerà, ma piuttosto come prepararsi e come vivere con un sentimento limpido di certezza, d’urgenza e di premura.

Il simbolismo del “ladro nella notte”, usato per descrivere la seconda venuta del nostro Signore (1Tessalonicesi 5:2-4; 2 Pietro 3:10; Matteo 24:42-44), ci dice che, associati all’avvento, ci saranno elementi di sorpresa per tutti, in qualunque tempo esso avverrà. Nella parabola delle dieci vergini che aspettano l’arrivo dello sposo (Matteo 25), Gesù insegnò qualcosa sia riguardo alla subitaneità della sua venuta sia dello stato d’animo che deve caratterizzare coloro che vivono nell’attesa di quell’evento. Ci viene detto di stare svegli, di stare all’erta e di vivere in maniera equilibrata e sobria (1 Pietro 4:7; 5:8; 2 Pietro 3:17).